Void Of Vision

                                                                                                         Hyperdaze

                                                                                                         UNFD

                                                                                                        www.facebook.com/voidofvision

 

 

Siamo al secondo album (il primo nel 2016) per questi australiani del Metalcore Djent, che cerca di stare nella scia già collaudata da altri senza tentare nulla di nuovo. Le atmosfere sono buone, parzialmente soffocanti e tirate, con inserti melodici tipici del Metalcore; questi ultimi però fanno perdere un po’ la tonicità dei brani, ma fortunatamente sono ben pochi. Per il resto si predilige una certa cattiveria.

“YEAR OF THE RAT” è uno dei pezzi che rende valoriale l’estetica della band; compressione urlata con melodicità appena accennata che funziona. “IF ONLY” è un altro bel momento, ma qui la rarefatta melodia non appare pregnante, risultando piuttosto catchy e smielata, però c’è la parte dell’assolo che è ben utile per mantenere la tensione. La brace calda di “KEROSENE DREAM” è un altro ottimo spunto ma che non evolve, ancora una volta scegliendo di presentare pochi minuti di traccia (2’ 41”) con solo l’idea base, evitando di svilupparla. Non male “DECAY” che oltre a bel ritmo cadenzato ottiene un buon punteggio per la linea cantata e per il carattere corposo. La darkeggiante “Babyon” non usa melodie, ma è troppo breve (2’ 7”) e la pur buona ispirazione  non trova uno sbocco soddisfacente, facendo sì che si sprechi un’occasione.

“Slave to the Name” è l’esempio di come si sta perfettamente dentro il genere di riferimento senza alcuna capacità di essere se stessi; apparentemente senza difetti ma il difetto è quello di non avere nulla di particolarmente efficace. La song più dura è la fitta hardcore di “Splinter” che possiede la giusta aggressività ma anche qui senza dotarla della necessaria personalità. Mettere dentro una futile “Overture” ed un brano strumentale insignificante come “Adrenaline”, serve solo ad aumentare il minutaggio ma la loro presenza rovina  già l’esile equilibrio dell’ascolto.

La melodicità di alcuni ritornelli è troppo semplicistica e banale; non arricchisce i pezzi, e spezza ciò che la pesantezza sonora riesce a creare, così il piacere delle sensazioni forti si stempera troppo. La cosa positiva è che quasi tutte le composizioni ne sono prive, ma anche se nella maggior parte dei pezzi le parti melodiche non ci sono, dando più rilievo alla distorsione ossessiva, il livello qualitativo non decolla mai per davvero essendo poca la varietà presentata, e comunque il cantato appiattisce leggermente l’espressività. Lavoro sufficientemente ascoltabile ma che non riesce ad emozionare davvero, essendo rigoroso nel suo rispettare i connotati del tipo di musica seguito, quindi risultando molto legato alle sue caratteristiche essenziali.

C’è solo un seguire il genere senza farsi mai personale, in una vocazione standard che fatica a trovare un guizzo superiore. Siamo al cospetto di un prodotto piatto, che verrà facilmente dimenticato, per un gruppo che necessita di avere una visione migliore del dove esso si situi. Se i suoni sono tecnicamente ben gestiti, il songwriting manca di anima. In realtà anche tecnicamente non è che si trovino effetti o passaggi particolari, tutto già sentito e basilare, quindi si fa assente l’ispirazione artistica neanche mascherando il tutto con il mestiere, troppo giovane essendo il combo in questione. I ripetuti ascolti migliorano un po’ il senso generale percepito e se ne evince un certo piacere, senza però diventare imprescindibile.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Overture

02.  Year of the Rat

03.  Babylon

04.  If only

05.  Slave to the Name

06.  Adrenaline

07.  Hole in Me

08.  Kerosene Dream

09.  Decay

10.  Splinter

11.  Hyperdaze

 

Jack Bergin – vocals
James McKendrick – guitar/vocals
Mitch Fairlie – guitar
George Murphy – drums

 

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