Morass Of Molasses

                                                                                                     The Ties that Bind

                                                                                                     Wasted State Records

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Dall’Inghilterra giunge uno di quegli album legati ai suoni arcaici del rock duro, quello hard degli anni settanta, ma venato di modernità, in grado di essere lo Stoner dei giorni nostri che si rifà, come altre band similari, all’epopea più significativa di un periodo che ha segnato il mondo musicale. L’essere legati a processi artistici di vecchia data non rende la band vintage, anzi, la contemporaneità è nettamente esplicita.

“WOE BETIDE” è l’àncora che tiene agganciato il passato ipersolistico con la polverosità della chitarra distorta. Sulla stessa sporca onda riffica “DEATH OF ALL”, meno imperniata sulla parte dell’assolo, e quindi song più completa, urlata ma anche soffusa, e però sempre intensa. La verve anni sessanta arriva col calore Blues di “Estranger” che ricorda i sornioni Cream, è un pezzo che affonda gli stivali infangati nell’avvolgenza del periodo pre-hard rock, tra la morbidezza e l’asprezza. Il disco è perfettamente equilibrato ed esprime tanto pesantezza quanto dolcezza. Un brano come “LEGEND OF THE FIVE SUNS”, acustico e sospeso nell’àere, testimonia la sofficità insita nell’anima della band, la cui visione è quella dei primi Uriah Heep e dei Jehtro Tull (vi è presente anche il flauto), con uno di quei momenti sognanti e pieni di magia che irretiscono dolcemente l’ascoltatore che si lascia andare.

L’altra ballata è “The Deepest Roots” che a differenza della precedente non fa emergere soavità, bensì una certa vena maledetta scura. Una minisuite come l’incisiva “PERSONA NON GRATA” (nella sua evoluzione strumentale possiamo percepire qualcosa di Ted Nugent) sa dimostrare come si mettono insieme le parti di un songwriting, e come si gestisce anche un pezzo lungo senza annoiare. Un pizzico di solistico jazz, senza esagerare, in mezzo all’essenza Grunge di “Our sacred Skin”, che esprime una verve straziante, nel brano forse minore del disco, che però non è un filler.

La chitarra a volte usa la timbrica vischiosa graffiante, altre volte sceglie la connotazione acustica. Nonostante sia una musica che, come per tradizione stilistica, può avere minutaggi lunghi di improvvisazione solista, ciò non avviene spesso, studiando più di colpire con la struttura rocciosa dei riff nei momenti duri, e con arpeggi o ritmiche acustiche negli episodi calmi. Molto del merito per il suono corposo va al basso, continuamente necessario ed efficace. C’è una propensione Psych che però non è accentuatissima. Quando l’ugola grida è come se presentasse una urgenza punk che però rimane sempre nell’alveo classico di un mondo ben precedente. Questo è un ascolto talvolta molto fisico, in altri momenti tende alla rarefazione; mantiene comunque sempre una attitudine basilare e terrosa, molto umana, molto reale, mai davvero evanescente. Quando non si usa la distorsione non ci si perde in un sogno astratto, il disegno sonoro è concreto. C’è sentimento e c’è l’abilità per esprimerlo al meglio. Si tratta di un lavoro che combina bene romanticismo ed energia, senza alcunché di contraddittorio, ma nei modi che sono stati già codificati nella storia del rock, eppure interpretando benissimo ogni sfaccettatura espressiva di quell’ambiente artistico. Terza uscita (secondo full-lenght; la prima era un ep) per un gruppo che ha dalla sua la capacità di vivere appieno le atmosfere che racconta. Se non è arte questa…….

Roberto Sky Latini

 

01.  The Darkening

02.  Woe Betide

03.  Death of All

04.  Estranger

05.  Legend of the five Suns

06.  As Leaves fall

07.  Persona non grata

08.  In Our sacred Skin

09.  The deepest Roots

 

Bones Huse – vocals / bass

Phil Williams – guitars

Raj Puni - drums

 

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