Lucifer's Friend 

                                                                                                            Black Moon 

                                                                                                            Lucifer's Records

                                                                                                            www.lucifersfriend.com

 

 

 

Un album eclettico, frizzante, divertente. Tutta musica che si rifà al passato settantiano. Questi musicisti germanici con cantante inglese non hanno perso smalto anche se la band ha circa cinquant’anni. Sei album negli anni ’70; due negli ’80 e questo è il secondo dal 2016. Il cantante nel 1976 entrò negli Uriah Heep con cui registrò 4 album,(Firefly -Innocent Victim-Fallen Angel -Live in Europe ).

Oggi è di nuovo con Lucifero. Serve un album che ripercorre antiche visioni? La risposta è assolutamente si, perché ogni piccolo anfratto di questa opera non è lasciata al caso ma è intelligentemente trascritta, venata di ispirazione artistica e piena di input validi. La title-track “BLACK MOON” è un entusiasmante traccia rockeggiante, che spara fiati squillanti e un po’ acidi, e possiede un leggero afflato funky con anima e trasporto. Pezzo molto intrigante “FREEDOM” che vitaminizza l’album con una dose di sfrontatezza incontaminata, e con l’aggiunta di un violino coriaceo. Middle-time distorto con riffing all’Hard Rock americaneggiante sudista nella ossessiva “PALACE OF FOOLS”, però con pelli colpite alla John Bonham, e un ponte centrale molto raffinato fino ad un assolo di eccitante fluidità quasi Progressive. “CALL OF THE CAPTAIN” è un’altra song con grande carattere, pezzo ludico ma anche dal tenore virile; un bell’Hard Rock scanzonato e al tempo stesso corposo che nella sua linearità ha un fascino difficile da eludere.

“Little Man” si fa molto easy listening ma senza forzare la mano in tal senso, grazie ad un sodo arrangiamento. In  “Passenger” tutti i recensori sembrano concordi nel ritrovarvi gli Uriah Heep, ma se l’atmosfera è positivamente quella, la linea vocale ricorda qualcosa di preciso che, scusate la pochezza di questo recensore, non ricordo quale sia, ma ciò mi ronza in testa come un ché di già sentito. Poi entra in gioco una specificità molto Rolling Stones, ma non è una illusione dovuta al titolo “Rollig the Stone”, è invece il ritmo e lo spirito con cui la song viene giocata, però anche qui la linea vocale ridà un aroma già sentito, anche se il ritornello si sgancia da questa sensazione. La azioni non del tutto originali stanno comunque in un contenitore che sa gestirle al meglio e non producono filler; il piacere dell’ascolto viene prodotto dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità. 

Il cantante non è un virtuoso ma sa tenere banco con la sua voce teatrale ed espressiva. La chitarra è ridente grazie alle sue parti soliste e non delude mai nelle sue felici comparsate. I fiati spumeggianti si affacciano quando servono davvero, e arricchiscono ogni brano, dove compaiono, rendendolo più rotondo. L’originalità non è massima, qua e là sembra di ricordare altro, però non c’è mai un calo di tensione e la cura con cui si è studiato ogni episodio ha dato buoni frutti. C’è qualcosa dei Blue Oyster Cult in questo disco che sembra leggero, dove però la leggerezza è un travestimento in quanto traspare di base uno spirito piuttosto serioso. Un lavoro che non annoia mai, anzi elettrizza l’ascoltatore con metodi vecchi ma efficaci, proponendo le sonorità e gli accostamenti meglio funzionanti di quel periodo lontano. Nulla è statico, la dinamicità è anche varietà e molteplicità di colori. Se in alcuni inizi di brano pare che si possa venir delusi, lo scorrere della traccia invece puntualmente riesce a farsi intrigante: può essere una variazione sul tema, un coro, un assolo, qualche strumento ulteriore. Il gruppo non è tornato per galleggiare mollemente ma per guidare una nave col timone che sa dove andare. E’ un disco di quelli che si fa perché si ha qualcosa davvero da dire, e infatti la band ci sa fare e non te lo manda solo a dire, anzi te le suona con un bel bastone di gomma, che non fa male ma si sente.

 

Roberto Sky Latini

 

01.Black Moon

02.Passengers

03.Rolling the Stone

04.Behind the Smile

05.Palace of Fools

06.Call the Captain

07.Little Man

08.Freedom

09.Taking It to the Edge

10.Glory Days

 

John Lawton - vocals

Peter Hesslein - guitar

Jogi Wichmann - keyboards

Dieter Horns - bass

Markus H. Fellenberg - drums

 

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