Pristine

                                                                                                               Road back to Ruin

                                                                                                               Nuclear Blast

                                                                                                               www.pristine-music.com



 

 

Con questo disco norvegese l’ascoltatore ha a disposizione un combo dall’ottimo affiatamento che sciorina fiamme Rock’n’Roll, Blues-rock, Metal Hard & Heavy e manciate di feeling. Vintage quanto basta ma moderna registrazione e tecnica per farlo bene. Quarto album con l’esordio del primo targato 2011.

Impatto immediato con l’apripista “SINNERMAN” che è un bell’Hard Rock energico che tende a farsi prossimo dei Deep Purple, solo in modo più sporco, anche se il ritornello è più Stoner; potenza e senso vintage molto vivace. Invece l’altro lato Hard Rock, quello zeppeliniano, sopraggiunge appena dopo con la viscida title-track “ROAD BACK TO RUIN”, fangosa e libidinosa (anche se il testo parla di relazioni sociali non funzionanti); inizia con un tempo medio che poi si apre ad un ritmo più ossessivo e veloce, senza allontanarsi dagli anni settanta prima di riaccucciarsi sudato alle nostre orecchie. “BLUEBIRD” ha un afflato diverso, più rock anni sessanta di woodstockiana memoria, con una elettricità soul-rock che afferra ritmicamente apparendo più musica nera che bianca, al modo di Janis Joplin.

Il finale della song invece ricorda una band moderna come i Vodun di “Ascend” dell’anno scorso, e ciò prova che ormai c’è una comunità musicale che è riuscita a superare le barriere della rete che di solito frammenta le fruizioni.Poi arriva “Landslide”, e allora è il turno di far sentire tutta la carica alla Rolling Stones di cinquant’anni fa, col ritmo delle pelli che ricorda un Charlie Watts essenziale ma in forma. La ballata “AURORA SKIES”, fortemente intensa, è invece del tutto moderna ricordando le cantanti introspettive che sussurrano, anche se il collegamento sfumato col passato permane.

L’acusticità e la distorsione alternate di “Blind Spot” accompagnano una disperazione canora che ha il sapore della nudità Grunge, con un alto effetto emozionale che dura per sette minuti abbondanti; è un pezzo sofferente, che pur contrapponendosi alla divertente prima traccia, vi si lega in un unicum espressivo che è questo full-lenght. In tale carrellata di diverse ispirazioni poteva mancare il classico Blues? No certo, non lo avremmo accettato, ed infatti ecco la sinuosa “Cause and Effect” che non ci può far stoppare il cd altrimenti si spezzerebbe la magia; non ha nulla di innovativo ma ci piace per la bellezza tutta rotonda, esaltata da una voce ammaliante e da una chitarra sentita che però ha il difetto di smettere subito.

Con “Your Song” si sorride perché la band decide di portare il lavoro verso una facile canzoncina che ricorda i Morcheeba ma anche un po’ di età a cavallo tra anni cinquanta e sessanta, ed emerge anche una tastiera vintage molto pacata. Brano a cui togliere un mezzo punto è “Pioneer”; non è male e la sua rocciosità Hard si sviluppa dinamica, l’unico problema è il riff che ricalca troppo “Are you ready?” dei Thin Lizzy. Il pezzo che chiude la fatica del gruppo, “Dead End”, è ballabile ma sta vicino ad una possibilità di psichedelia semplice, che se fosse lasciata scorrere dal vivo avrebbe il potenziale per essere fornito di lunghe improvvisazioni; è forse l’episodio meno significativo dell’opera, ma diverte.

Il passato dai settanta indietro è filtrato tutto, ed è scosso fino al midollo per un pubblico moderno, che sa farsi prendere dalle forze ancestrali del rock più schietto. Grande voce, ottime chitarre, compatta la sezione ritmica. Album di grande rilievo artistico, che non si accontenta di gestire formalmente bene le singole tracce; ognuna invero è un sussulto a sé, ma anche l’intero lavoro possiede, come fosse un unico essere vivo, un’anima profonda. Non può essere un voto basso, è oggettivamente tra le dieci migliori uscite del 2019, per capacità compositiva e per la potente qualità che contiene, adatta a far vibrare la pelle. E’ uno di quei dischi che non può essere accompagnato da un aggettivo, è solo arte.

Roberto Sky Latini

01. Sinnerman
02. Road Back To Ruin
03. Bluebird
04. Landslide
05. Aurora Skies
06. Pioneer
07. Blind Spot
08. The Sober
09. Cause and Effect
10. Your Song
11. Dead End


Heidi Solheim – vocals
Espen Elverum Jacobsen – guitar
Gustav Eidsvik – bass
Ottar Tøllefsen – drums

 

 

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