Turilli / Lione Rhapsody

                                                                                    Zero Gravity (Rebirth and Evolution)

                                                                                    Nuclear Blast

                                                                                    www.tlrhapsody.com



 

 

Le diramazioni che ha preso il moniker Rhapsody negli ultimi anni, hanno cambiato le collaborazioni ma non di molto l’approccio stilistico; che di base siano accenti più sinfonici o più metallici, sia di qua che di là, la musica possiede le stesse caratteristiche, sia rispetto al passato sia rispetto alle diverse anime, mai veramente diverse. Lo stesso dicasi per questa ultima avventura in cui Turilli e Lione sono di nuovo insieme ma stavolta con l’aggiunta del nome del cantante nel moniker. La visione è fantascientifica, improntata a proiezioni fantasiose sullo spazio e sul pensiero umano mettendoci dentro psicologia, filosofia, ingegneria. L’album è stato finanziato in parte coi soldi del crowdfunding; una cifra raggiunta di 60.000 euro a cui poi si sono dovuti aggiungere altri soldi perché il tutto è costato molto di più.

L’apripista “Phoenix Rising” è una tipica canzone Power sinfonica a cui da tempo ci hanno abituato questi musicisti, e potrebbe stare in qualsiasi album dei vari Rhapsody. Uno dei pezzi più freschi è “D.N.A. (DEMON AND ANGEL)”, corale e dal sound meno Heavy a causa del sintetizzatore che modernizza i suoni, ma sicuramente pieno di enfasi ammaliante; la presenza della voce femminile amplifica l’apertura sonora. Con la compatta “ZERO GRAVITY” l’album inizia ad essere più difficile ed elaborato, ma la forza aumenta d’intensità e la teatralità diventa monumento espressivo, tonico ed arrembante; come avviene anche in altri tre pezzi, troviamo qui una orientaleggiante etnicità quale apertura ad un lungo ponte soft con pianoforte, a spezzare l’andamento ma senza mai risultare un passaggio forzato.

Una curiosità che può far sorridere un ascoltatore italiano è al minuto 5 e 9 secondi, un inserto vocale che ricalca pedissequamente le note di Lucio Battisti quando canta “Che ne sai tu di un campo di grano….” (“Pensieri e Parole”-1971). Ancora energia, ma a minor complessità, in “FAST RADIO BURST” che gioca col saliscendi emotivo di voce, quasi sussurrante per un tempo e poi esplosiva. Saliscendi di feeling anche per la traccia semi-Power “I AM” che è invece più simile a “DNA” come impostazione, sebbene con un arrangiamento più tradizionale, dandoci dentro con suadenza ed impatto, la raffinatezza della linea melodica non è scevra di verve emozionale donando la possibilità che si formino brividi sulla vostra pelle, e dentro troviamo anche una ispirazione alla Queen; è forse il pezzo più ficcante insieme a “DNA” anche se “I AM” è più maschia. “ARCANUM (DA VINCI’S ENIGMA)” pone cori lirici all’inizio della traccia ad introdurre un cantato in italiano alla Branduardi, impreziosito da sferzate chitarristiche a ritmare la cadenza cantata, fino ad un coro epicissimamente sinfonico che grida possente tutta la maestosità possibile; questa composizione può essere presa a simbolo costruttivo del songwriting di tutto il disco, nella sua conformazione evolutiva che usa arrivare al ritornello imponente, passando per frasi di melodia sempre diverse che realizzano un percorso in ascesa.  Parlare di filler è impossibile, perché i brani classicamente trattati come “Decoding the Multiverse” o come “Multidimensional” (dal cantato simile a quello dei Kamelot) possiedono una esuberanza contagiosa che rinfresca. La conclusiva e di più facile accessibilità “Oceano”, cover di Lisa del 2003, torna sulla concezione filmica, e infatti sembra adatta ad una colonna sonora come “IL RE LEONE”.

Grande fusione strumentale con adrenalina a mille, ma soprattutto grande interpretazione di Fabio al microfono, che ormai è palesemente il miglior cantante italiano e forse tra i dieci migliori nel mondo. Tra le ultime incarnazioni a nome Rhapsody, l’unico paragone diretto che voglio fare è quello con il disco uscito nello stesso anno corrente che è “The eight Mountain” dei Rhapsody Of Fire di Staropoli, il quale, rispetto a questo, è più povero nell’arrangiamento (anche se “povero” non è per loro l’aggettivo più adatto), ma soprattutto è un puro disco di Power Metal Sinfonico il cui songwriting, pur vivendo una azione più metal,  non raggiunge il livello del Turilli/Lione full-lenght. E’ quello, sì, un album più vicino alle origini dei Rhapsody, ma senza le punte valoriali del passato; mentre questo “Zero Gravity” è una esplosione di colori in una struttura quasi progressive che si eleva a maggiori altezze (in cui inoltre il Power-dinamismo non manca). Alla fine le varie personalità del marchio si compenetrano costruendo una unica entità che appare all’apice del panorama sinfonico insieme agli Epica. Rhapsody è un mostro dalle molteplici teste, tutte in grado di colpire efficacemente. Tornando a “Zero…”, siamo di fronte ad un album ipertrofico, pompato in maniera parossistica, riempito all’inverosimile di sovra-incisioni, dove si passa da un apice di enfasi all’altro, brano dopo brano.

Questa super-enfatizzazione non si riduce a solo abbellimento, è anzi un valore aggiunto di altissima qualità, né copre deficit di songwriting, il quale è perfettamente equilibrato ed eccitatorio, con melodie esaltanti e virtuose. La sensazione che si può ricevere è bivalente e dipende dal tipo di fruitore. Da un lato l’abitudine alle virtuosità di una realtà sempre posta in alto può far sembrare questo disco solo un mattone tra gli altri e quindi deludere, visto che il moniker “Rhapsody” ha sempre suonato ad alto livello, e allora si potrebbe rimanere poco stupiti e un po’ freddi. Dall’altro lato invece ci si può far prendere rilassati trovando la conferma positiva che ci rassicura e ci fa contenti, ritrovando le cose che abbiano amato di più in questo moniker, e però sapendone apprezzare le sfumature di diversità. Sinfonismo, modernità, lirismo, epicità, teatralità, ma senza perdere la continuità espressiva che ne fa una opera organica, eccetto forse un po’ fuori dalle righe “Amata Immortale” troppo legata alla musica classica e lirica, esplicitamente antica (assenza totale di modernità), e perciò impossibilitata a fare corpo con l’insieme, ma così fascinosa da non rovinare l’ascolto (mi aspetto che ora la canti anche Bocelli).

Nessuna band riesce a fare ciò che fanno loro in questo modo superbo (solo i già citati olandesi Epica ma con altro tipo di attitudine). Si può anche affermare che alcune componenti di questo lavoro sono un cambiamento con quanto fatto in passato ma l’essenza profonda rimane immutata, con la solita poderosità cinematica e sfarzosa. Se si vuole per forza parlare di cambiamento, alla fine sono più le assonanze che le distanze. In fondo la vera novità musicale è un sintetizzatore che inserisce qua e là qualcosa di elettronico senza neanche metterne tanto; forse possiamo intuire anche un carattere meno Fantasy, ma senza che sia uno strappo reale. Sicuramente una verve meno medievale rispetto alla fase iniziale della loro carriera, però è una evoluzione che non ha mai stravolto l’idea di base. Quindi i vecchi fan non devono temere nulla ma possono essere solo felici di trovare artisti in ottima salute, ancora in grado di sparare fuochi d’artificio fantastici.

Roberto Sky Latini



01.Phoenix Rising

02.D.N.A. (Demon and Angel) feat. Elize Ryd - AMARANTHE

03.Zero Gravity

04.Fast Radio Burst

05.Decoding the Multiverse

06.Origins

07.Multidimensional

08.Amata Immortale

09.I am feat. Mark Basile –DGM

10.Arcanum (Da Vinci’s Enigma)

11.Oceano (bonus track)feat. Sascha Paet – AVANTASIA



Fabio Lione - vocals

Luca Turilli – guitars / keyboards / piano

Dominique Leurquin - guitars

Patrice Guers - bass

Alex Holzwarth - drums

 

 

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