Hellraiser

                                                                                                      Heritage

                                                                                                      Underground Symphony

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Dall’Umbria finalmente il secondo full-lenght dei metallers italiani di matrice classica. Troppi cinque anni dall’esordio con “Revenge of the Phoenix”, per una band che merita visibilità. Il loro è tradizionale Heavy Metal che ha come trademark gli Iron Maiden e la NWOBHM, ma come nel primo lavoro, la qualità è superiore alla media, offrendo idee e tecnica che possono soddisfare anche i palati esigenti. In realtà in questo secondo album gli Iron Maiden sono meno presenti e la variabilità ha inserito dentro anche altre ispirazioni, regalando una più colorata performance pur compatta nella sua espressività. Come testi si è improntato un concept che però non è una storia, bensì è stata elaborata una tematica di fondo che è il passaggio culturale tra le generazioni, visto in epoche diverse della storia che però si collegano con l’uso della parola come mezzo di trasmissione.

La traccia “PLAGUES OF THE NORTH”, una delle migliori, è un ibrido tra le cavalcate Maideniane, qui con una oscurità alla “Powerslave”, e una vocalizzazione evocativa che ricorda in parte King Diamond; ottima song che determina saliscendi emotivi grazie all’approccio tonale dell’ugola sempre in tensione. Il pezzo meno legato all’insieme è “MOTHER HOLLE” che appare quasi Modern Metal con la sua chitarra ritmica che si allontana un po’ dalla modalità anni ottanta; l’assolo è elegante e veramente sentito, esso è diviso in due ed entrambe le parti posseggono un sinuoso fascino, ma la seconda parte intona un’anima classica che più classica non si può, facendo da contraltare al lato più attuale di tutta la song; anche la voce cerca una diversa presa, più morbida ed introspettiva, poi il finale scatena l’anima ottantiana, tornando all’ovile, ma tornandoci con carismatica cifra.

Sempre fra le cose meglio riuscite sta la dura “FAIRY VEIL” che appare veloce più come una Power-song nonostante una sfumatura Thrash, contenendo però ottimi cambi di ritmo, utili per variare la tonicità; inoltre c’è una delle migliori linee melodiche, in grado di rendere accattivante il percorso di fruizione, ma anche la parte solista è interessante, essenza strutturale del brano, non semplice abbellimento.  Il Thrash maggiormente verace lo troviamo quando attacca “Zephyr’s Palace”, non è brano eccelso, però fa la sua bella tonica presenza. Più dentro schemi ortodossi la comunque efficace “Rituals of the Stars” che si srotola dinamicamente, dove però la voce nei toni più alti appare meno decisa. Intrigante la semi-ballata “Voice in the Wind”  in cui l’ugola testimonia ancora una volta la bravura della sua tecnica; ma anche la chitarra sa piangere, e lo fa alla maniera blues.

L’intera opera è pensata bene, considerando che anche le due strumentali intro “Heritage” e “Preludio” sono costruite con intelligenza, e la prima è davvero un bel momento; la seconda è una chitarra acustica che potrebbe essere stata pensata da Ace Frehley o dagli Yes. Una delle pecche sta nella minore, pur buona per linea melodica, “Delvcaem”, a causa del riff da middle-time che assomiglia a “The Eagle has landed” dei Saxon del 1981 (che a sua volta derivò, sebbene solo parzialmente, da Victim of Changes” dei Judas Priest). L’altra è inserita in “Balance of the Universe” la quale nel ritornello quasi plagia “Hell Patrol” dei Judas, con meno enfasi. A chiudere l’avventura ci pensa il momento più lungo del disco “Lady in White” col suo iniziale leggero tocco di magia tra morbidezze e attimi taglienti che poi infilano una corsa eccitante ma canonica.

La costruzione di ogni pezzo appare bilanciata, pesando le varie parti perché siano integrate in modo fluido. Si tratta di una ricercatezza ben studiata in cui gli strumenti non dominano mai uno sull’altro ma si interscambiano con precisione. La sezione basso/batteria e i riff ritmici posseggono ricchezza e raffinatezza. Per ciò che riguarda la chitarra solista, essa è d’obbligo ed infatti non manca mai pur cercando di non esagerare con la sua presenza; non potevano esentarsi dal suonare la chitarra solista vista la loro tipicità del comporre che li vuole. Il centro del songwriting è però concesso al ruolo del cantante che va seguito più volte prima che il fruitore possa farlo proprio; una volta che l’ascoltatore è entrato, è però ben circuito e afferrato.

Non è un comporre che cerca l’impatto, quindi non vi sono ritornelli da cantare in coro dal vivo (sebbene quello di “Plagues of the North” sia ben riconoscibile), di certo però ci si può muovere e fare headbanging. Si tratta di una band in forma, che ho visto dal vivo saper gestire il palco e soprattutto saper suonare; sono curioso di vedere come potrà il singer eseguire i continui acuti presenti in questa loro ultima fatica. Devo dire che in realtà non c’è un accanimento nel volerli immettere dappertutto, e ciò è buono, il cantante infatti sa dosarli dove servono, alzando il livello della propria abilità interpretativa, però sono comunque tanti e sono dentro la melodia stessa, per cui più difficili da modulare. Sono fiducioso. Il gruppo con due ottimi album si è conquistato il diritto di farsi conoscere all’estero e di essere supportato in Italia.

Roberto Sky Latini

01.Heritage

02.Plagues of the North

03.Ritual of the Stars

04.Fairy Veil

05.Mother Holle

06.Preludio

07.Delvcaem

08.Balance of the Universe

09.Voice in teh Wind

10.Zephyr’s Palace

11.Lady in White

 

Cesare Capaccioni – vocal

Michele Brozzi – guitar

Marco Tanzi – guitar

Francesco Foti – bass

Riccardo Perugini – drums

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