Upanishad

                                                                                                     Crossroad

                                                                                                     Red Cat Production

                                                                                                     www.facebook.com/upanishadproject

 

 

 

Esordio italico su full-lenght per una band di Alternative Metal (ma ben attiva dagli anni novanta), dove l’alternativo si sporca di Stoner in un Crossover variegato per niente ortodosso; in qualche modo lo possiamo infilare anche nel contenitore Progressive. Con il loro moniker, che ha a che fare con i testi sacri indiani in lingua sanscrita, la band entra in gioco senza tanti fronzoli e senza in alcun modo blandire l’ascoltatore; è musica diversa e questi baldi musicisti lo sottolineano dall’inizio alla fine. 

La cavalcata hard di “LOOK AT YOU” è davvero singolare nel suo dinamismo anticonformista che è al limite dell’accettabile per chi ha gusti standard, ma che afferra chi cerca sperimentazioni comunque di senso compiuto. “THIS ROOM”, nonostante il riff raschioso, esprime una rarefattezza Nu Metal psichedelica, soprattutto vocalmente, che in lontananza fa avvertire un Funky-Rock simile a quello di Prince ma con un risvolto più Hard e appare come il pezzo più pregnante del disco. “FEELINGS” immette la velocità nella fruizione e viene tinteggiato con spatolate di suoni Noise in uno slabbrato colpo punkeggiante eppure con una vicinanza ritmica al più virtuoso gruppo Leprous, e il pezzo esprime anche un assolo elettrico ma esplicitamente rozzo. Ecco le prime note quasi Raggae di “Side Effects”, song che possiede quell’evanescenza che emerge anche in altre tracce come uno dei fili conduttori dell’opera; inizialmente orecchiabile, ma non troppo, si evolve poi in una sequenza di nervosismo parzialmente represso. “Spikes Trap” è una strumentale che inizia con tranquillità quasi banale, ma poi evolve in accezioni la cui scia non ha regole se non quelle imposte da loro stessi; il drumming che gioca molto con il charleston ricorda vagamente un Copeland più sporco e lo swing iniziale, apparentemente docile, potrebbe farlo guardare inizialmente come ad un brano ballabile sopra le righe, poi si ipertrofizza con la distorsione arcigna senza però arrivare all’apice, ma come il compositore Malher (musica classica) il brano non porta a soluzione il suo moto ondivago, lasciando una descrittività informe.

“Connected” mescola il doom con un grunge vocale sgraziato per una delle più semplici performance del full-lenght, i riff sono i padroni della traccia portandosi in maniera ossessiva fino alla fine del pezzo.  La title-track “Crossroad” non ha impatto non perché ballata, ma perché registrata come se si volesse far finta di essere nulla, solo cantanti da birra sulla spiaggia, eppure l’atmosfera del brano avrebbe avuto diritto ad una migliore presenza; so che dicendolo non tengo conto dell’atteggiamento anticonformista della band, ma così il brano mi appare ingiustamente depotenziato. “Parasite” fa davvero la scena di pezzo, questo si, ballabile, senza però piegarsi a nessun tipo di ruffianeria, e anzi sembra che sia un divertimento sfornato solo per se stessi, e apparentemente conferma alla fine che ciò che questo gruppo fa continuamente, è non curarsi dell’ascoltatore. “Clouds” non offre spunti degni di nota, debole sia come song avanguardista sia come song “normale”. “The River” ha un buon appeal ma non molto mordente, è uno spunto che doveva avere maggiore accuratezza compositiva e d’arrangiamento. Buon finale con “No wat Out” che porta una irriducibilità caratteriale senza però voler deflagrare, solo mantenere costante una rabbia interiore che si esprime con una espressività nevrastenica di fondo. 

Per la maggior parte non si tratta di brani brevi (ben otto pezzi su undici superano i cinque minuti), neanche lunghissimi, ma per il tipo di sound si evidenzia coraggio nel portarlo all’estremo. Suoni grezzi ma ben studiati, che sfiorano il Noise senza esserlo, con una psichedelica sfumata di fondo in grado di portare il peso del passato insieme alla schizzata modernità. Esiste una linea melodica ben riconoscibile che però cerca di confondere l’ascoltatore, a volte con evanescenze in altri casi con giravolte destabilizzanti. L’anima ha la sfacciataggine del Punk, e talvolta si fa davvero Punk anche come estetica.

E’ musica straniante nel senso che non segue scie espressamente conosciute e bisogna saper entrare nell’ambiente creato senza pregiudizi; è veramente una di quelle realtà che necessita di educazione all’ascolto, eppure si può dire che è musica immediata nel senso che va in contatto con l’istinto interiore di chi ascolta. Non è in realtà così difficile seguire le loro linee compositive ed anche questa è sensibilità compositiva, visto il tipo di approccio concettuale.Purtroppo la tensione è andata scemando durante l’ascolto portando alcune song a interagire poco con chi ascolta, ed in questi casi ne ha risentito la ragion d’essere, come se si volesse riempire spazi vuoti, mancando abbastanza di molto l’album perfetto.  Alla fine sforzo apprezzabilissimo quello di questa band, di carattere, fatto solo per chi è aperto alla ricerca di stili originali, e qui davvero possiamo parlare non solo di personalità, ma di vera e propria originalità. 

Roberto Sky Latini

 

01.Look at you

02.This room

03.Feelings

04.Side effects

05.Spikes trap

06.Connected

07.Crossroad

08.Parasite

09.Clouds

10.The river

11.No way out

 

Vanni Raul Bagaladi – vocals / guitar

Mirko Bazzocchi – bass / backing vocals

Lapo Zini - drums

 

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