Botanist

                                                                                                             Hammer of Botany + Oplopanax Horridus

                                                                                                             Aural Music

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Quando si parla di sperimentazione vera, ormai il maggior sforzo va riconosciuto alla musica metal estrema, e soprattutto al Black Metal. E’ questo gruppo statunitense uno dei casi specifici in tal senso, e la band battezza il proprio stile quale Green Metal (che alla fine non significa nulla ma gioca con la loro tematica esistenziale). Una avanguardia con molta probabilità artisticamente forzata, ma che ha il suo buon risultato atmosferico comunque altamente originale. Nonostante gli sforzi di Philip Glass ed altri importanti esponenti decennali della sperimentazione post-moderna che provò nuove strade, quelle composizioni rimasero di elite (salvo rivalutarle oggi), mentre nel pop, nel rock e nel Jazz la sperimentazione divenne e rimase sempre musica popolare, cioè riuscì a fare presa sulla massa. Pur avendo una entità anticommerciale riuscì ad essere commerciale (mai quanto la musica leggera o dance che di sperimentale ha ben poco). Naturalmente il Black metal, per quanto abbia un mercato, è di nicchia nello stesso Metal, e un gruppo come i Botanist lo saranno ancora di più. La vecchia versione del 2015, ormai introvabile, era un ep di 5 pezzi, la ripubblicazione aggiunge  la sesta traccia che essendo lunga ben dodici minuti e cinquanta secondi, la rende un full-lenght (per quanto corto).

Già la prima traccia  “The Footsteps of Spring” chiarisce perfettamente lo stilema del disco, con una voce rarefatta che appena emerge dal substrato sonoro, e con drumming anche imperfetto che enfatizza i pochi accordi presenti, realizzando un brano di chiara semplicità. “Stachys Olympica” non rientra prettamente in un senso metal ma è ben legato al resto dei brani come atmosfera, e, a dir la verità, non ha molto di sperimentale. In una globalità di ascolto i pezzi sono tutti collegati quindi non ha molto senso parlare di brani migliori, però volendolo fare (io lo faccio), mi risultano più affascinanti  “FLAME OF THE FOREST” e “PELARGONIUM TRISTE” che posseggono un senso descrittivo ampio, e nonostante la voce ancestrale che offrono tensione alle composizioni, le song non appaiono claustrofobiche, ma piuttosto delicate. La suite finale, quasi prog,  “OPLOPANAX HORRIDUS”, contiene una essenza più raccapricciante del resto delle tracce, con una visione Black esplicita ma non dura, la vocalità sgraziata è perfetta nell’imprimere un sensazione di turbamento e emerge maggiormente rispetto alle tracce precedenti; in alcune parti del pezzo c’è anche un accenno di sacralità rituale (come per es. verso il quinto minuto). Quest’ultima traccia è esaustiva di per sé e ha una presenza valoriale, quindi aumenta nettamente il livello del lavoro; hanno fatto bene ad aggiungerla.

I suoni dolci degli strumenti come il dulcimer (strumento pizzicato a corda) o l’harmonium (tastiera attivata con l’energia dell’aria compressa) vengono eseguiti in un modo ossessivo così da rendere asfittico il loro risultato, amalgamati con una batteria rumorosa ma leggermente confusa, in cui si inserisce un cantato growl sussurrato e soffocato che pare emergere dal sottofondo come un vischioso grumo sonoro, creando un ammasso aggrovigliato che realizza appunto una anima Black corposa. La matassa però ha un senso compiuto e una linearità riconoscibile che non la rendono caotica, ma la risolvono anche in modo facilmente fruibile. Pochi accordi spesso ripetuti, del tutto lontani dal virtuosismo, con un senso descrittivo che non appare solo Ambient ma vive comunque un senso compiuto di canzone. L’assenza della chitarra è derimente e crea una situazione a sé stante, ciò non pone a sfavore della musica espressa, altresì gli strumenti usati non cercano di sostituirsi alla sei corde, quanto di esprimere la loro specifica anima tecnica.

L’ascolto va fatto d’insieme poiché i singoli brani, pur ognuno ben definito, non permettono una soddisfazione reale se non immergendosi completamente nel viaggio, allora si riesce a gustare le variazioni presenti. Il messaggio che la band dice di voler portare è che la natura esiste anche fuori dall’uomo e che la distruzione di essa che ci preoccupa è quella che serve a noi, ma la Natura va oltre l’essere umano e non si preoccupa del suo bene. La musica in effetti riesce a creare una sensazione di fatalità in cui non si descrive la cattiveria di una condizione, ma una visione disincantata della realtà, pur con l’amore verso una relazione con la natura. la musica è estrema non perchè violenta o pesante, ma perché lontana da una possibile condivisione con molto del pubblico, anche Black. Decimo album e buon passo artistico. E’ musica post-metal di nicchia nella nicchia, ma che ha una collocazione nel panorama esistente, e quindi di estimatori altrettanto già esistenti (e resistenti).

Roberto Sky Latini

 

01.The Footsteps Of Spring

02.-Flame Of The Forest

03.Upon The Petals Of Flowers

04.Stachys Olympica

05.Pelargonium Triste

06.Oplopanax Horridus

 

Otrebor – hammered dulcimer / drums / vocals /bass

Cynoxylon – vocals / harmonium

Daturus - drums

 

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