The Rods

                                                                                                    Brotherhood of Metal

                                                                                                    Steahammer

                                                                                                   www.therods.com

 

 

Fermo restando che si parla di una band minore, che era minore anche negli anni del loro esordio, va riconosciuto che essa è ormai una realtà di culto che ci riporta nel pieno dell’ambiente di quegli anni. Un gruppo che tutti i vecchi metallari ricordano bene e che con il terzo “Wild Dogs” nel 1982 e poi col quinto “Let them it Metal” del 1984, lasciarono una impronta indelebile ancor oggi stampata nelle rimembranze adolescenziali. Se quei metallari facessero l’elenco dei gruppi nati negli anni ottanta che conoscono, gli americani Rods verrebbero nominati dalla maggioranza. La stupenda copertina si rifà all’album del 1982, e dentro c’è una song che vuole rivangare quel periodo, intitolandosi infatti “1982”. Rispetto ad allora l’azione compositiva è meno graffiante, ma la genetica del songwriting rimane immutata.

In realtà sono solo due i pezzi da mantenere in mente e si tratta dei primi due: la celebrativa title-track “BROTHERHOOD OF METAL” e l’inno metallico “EVERYBODY’S ROCKIN’ ”. La prima presenta un intro soft che ha una certa evocatività prima di infilare un riff classico sempre abusato dai Rods (e non solo), ma sempre efficace; è però il ritornello rotondo a dare una certa apertura epica, inoltre qui il drumming è veramente gustoso e ficcante. La seconda usa un ritmo cadenzato da headbanging ballabile, in una classicissima anima live che il ritornello enfatizza e che spingerà il pubblico a cantare nei concerti. Ci sono varie canzoni scarse e un pezzo come “Tyrant King” avrebbe dovuto essere cestinato, ma tra le minori va indicata come buona la finale “Evil in Me” perché riesce comunque a farsi riascoltare e possiede uno dei migliori momenti solistici, solo che il ritornello la indebolisce. Poi va nominata “1982” perché vuole, almeno nel testo, ricordare, come ho già detto, i fasti del combo; non è eccezionale ma contiene buoni spunti. Infine una va menzionata “The Devil made Me do It” perché è emblematica, tra tutte è la più scontata e porta all’estrema conseguenza il fatto che i Rods siano spesso derivativi.

C’è molto di derivativo, ma del resto ce n’era anche allora (ascoltare da “Let Them eat Metal” il pezzo che ricorda sfacciatamente “Breaking the Law” dei Judas). Vengono usate le tastiere che una volta erano assenti, e ciò aumenta il senso vintage che si lega anche a periodi antecedenti alla loro nascita discografica, navigando un po’ negli anni settanta, in alcuni sprazzi assomigliando a Deep Purple o Rainbow. La voce del cugino di Ronnie James, David Feinstein (era con Dio negli Elf), meno acida che in passato, usa poco tonalità d’attacco, accontentandosi di eseguire melodiche senza sussulti e lavorando meglio sui cori e gli arrangiamenti di contorno per aumentare il peso delle fasi ritornello. La chitarra solista non è virtuosa ma lui sa quando inserirla nella struttura, anche come accompagnamento e con inserti brevi, da rocker scafato. La sonorità migliore, pur nella sua semplicità, è data dalla batteria che è gestita con potenza e ispirata intelligenza. Più volte durante l’ascolto mi sono venuti in mente gli Anvil coi quali mi sembra che i Rods abbiano alcune affinità. Qui siamo al nono lavoro in studio dal 1980, ma c’è un salto silente dal 1986 al 2008, anno della ricomparsa, che però non ebbe poi continuità, visto che si dovette aspettare sette anni per il successivo e altri quattro per questo nuovo. Risultato? Divertimento e brani scorrevoli, non certo da mandare ai posteri, ma che gestiscono bene l’essenza vintage che cavalcano. In questa uscita c’è anche una operazione nostalgia per quelli come me, che ascoltano di buon grado anche pezzi meno riusciti se riescono a far tornare vive alcune essenzialità. Deluso? No, perché dai Rods non mi aspetto mai l’opera d’arte, ma solo una sana sorsata di veridicità, quella del metallaro anima e cuore.

Roberto Sky Latini

 

01. Brotherhood Of Metal

02. Everybody’s Rockin’

03. Smoke On The Horizon

04. Louder Than Loud

05. Tyrant King

06. Party All Night

07. Tonight We Ride

08. 1982

09. Hell On Earth

10. The Devil Made Me Do It

11. Evil In Me

Vinyl bonus track

12. Crank It Up (35 Years)

 

David “Rock” Feinstein – Guitars, Vocals

Carl Canedy – Drums

Gary Bordonaro – Bass

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