Black Mountain

                                                                                                 Destroyer

                                                                                                 Jagiaguwar

                                                                                                 www.blackmountainarmy.com

 

 

Dopo sei album dal 2005, la band canadese non ha voglia di uscire dalle sensazioni avvolgenti psichedeliche, e anche quando usa riffoni più heavy, li impasta con il sound evanescente di tipo space ed atmosferico.La prima traccia “Future Shade” è una miscela delle due anime, in cui si lega uno schema chiaro ad un’aria sorniona, anche un po’ troppo sorniona. L’apparenza docile è solo apparente, perché tutti gli effetti e le sonorità creano un acido di fondo che non è molto rassicurante. Un po’ elegiaco, un po’ onirico, la densa coltre di ridondanze è una marea lenta che inonda la percezione, come avviene in maniera dark con “HORNS ARISING” che usa giri avvolgenti di chitarra ipnotici, a volte mollemente ronzanti, inserendovi poi un acustico bucolico anche se prediligendo una certa tensione emotiva e non sciogliendola.

La band cerca anche di uscire dagli anfratti Hard Rock per entrare dentro alvei più DarkWave elettronici tipo Brian Eno / David Bowie, alchemizzandoli alla propria maniera nebbiosa, e i due esempi sono la breve elettronica “Closer to the Edge” e la finale  “FD 72” che ha una certa magia introspettiva, e risultando come unico momento in cui l’ugola tenti, riuscendoci bene, a donare una sentita interpretazione. Come espressione, “FD 72” non è per niente legata stilisticamente al resto del disco, ma risulta alla fine davvero bella. Poi c’è la più rock “High Rise”,  molto vintage ma anche molto tesa, ossessivamente ripetendo lo stesso riff così come faceva “Rebel Rebel” appunto di Bowie; pezzo adatto ad un mantra live in cui allungare all’inverosimile un assolo alla vecchia maniera. La presenza di una traccia più limpida come “PRETTY LITTLE LAZIES” apre per un attimo in modo trasparente la coltre oscura di un cielo ovattato, ma poi a metà traccia si agita versandosi in un gorgo HeavyPsych poco rassicurante, sempre con una nettezza corporea che il resto del lavoro non offre, preferendo di solito ribollimenti metafisici. Il basso grasso ci fa addentrare in un episodio globalmente poco originale, infatti “Boogie Lover”, lenta e vischiosa, non ha nulla che sorprenda, ma riesce comunque a dare il piacere di ascoltare qualcosa che vecchissimi rocker possono sentire proprio. L’energia vera e propria si sprigiona nell’unica traccia veloce “LICENSED TO DRIVE”, e lo fa in maniera più essenziale, cioè con un songwriting che stavolta elimina circonvoluzioni ripetitive.

La voce non va considerata come strumento esuberante, ma come semplice assistente della struttura. In un episodio viene usato anche il vocoder a neutralizzarne l’essenza umana per porla come strumento assorbito dall’insieme. Altre volte l’ugola non ha nulla di speciale, se non la bravura di alitare nelle orecchie l’atmosfera lugubre, collosa o drogata a seconda di ciò che si vuole esprimere, senza mai troppe variazioni, di base sempre evitando virtuosismi tecnici. Alla voce maschile si accosta qualche volta quella femminile che è più un controcanto ma raddoppia a dovere l’effetto emotivo delle song in cui interviene; a Rachel Fannah, prestata dai californiani Sleepy Sun, sono lasciati pochissimi singulti di parti soliste. Le chitarre sono pastose o granulose ma onnipresenti, anch’esse con un basso tasso di virtuosismo. Curiosità: l’album ha preso il titolo dalla auto Dodge Destroyer, non più in produzione dal 1985.

Roberto Sky Latini

01. Future Shade
02. Horns Arising
03. Closer To The Edge
04. High Rise
05. Pretty Little Lazies
06. Boogie Lover
07. Licensed To Drive
08. FD’72

Stephen McBean - vocals, guitar

Amber Webber - vocals

Jeremy Schmidt - keyboards

Matt Camirand - bass

Joshua Wells - drums

 

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