Banco Del Mutuo Soccorso

                                                                                                 Transiberiana

                                                                                                 Inside Out

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Il Banco emerge dagli anfratti in cui si era nascosto e produce un nuovo capitolo musicale inedito che si aggiunge agli altri fin dal 1972. E’ un disco coraggioso che non insegue alcuna moda e che non cerca di accattivarsi l’ascoltatore superficiale. Musica seria di classico Progressive Rock, tutto dentro la verve tipica del gruppo. Coraggioso quindi perché non ci sono canzoni facili, ma anche perché appare pura espressione di sé, senza alcun tipo di ruffianeria. Nocenzi è l’unico membro originale rimasto, ma guida bene la creatura sempre rimasta libera. La malattia con coma di cui egli fu preda non lo ha ucciso, ed oggi, con la collaborazione del figlio, ci regala una bella avventura.

La prima traccia “Stelle sulla Terra” ha una immediata riconoscibilità perchè si allaccia al passato demarcando la zona artistica di tutto l’album, senza che ciò ne costituisca un limite dato che è solo un punto di partenza. “LA DISCESA DAL TRENO” è formata da un lato un po’ schizzato con ritmo eclettico e da un lato di dolci note suadenti, in una modalità che esprime bene una certa eccentricità, ripetuta in molti episodi di questa opera. Un afflato più duro si ha in pezzi come “L’assalto dei lupi” e “Lo Sciamano”; la prima offrendo una pesantezza sonora pur non essendo Hard Rock, grazie all’ossessività cupa di ritmo e note scure; la seconda invece lei si, quasi una strisciata di Hard Rock. La ballata “Campi di fragole” possiede una pregna intensa sonorità nonostante la leggerezza atmosferica, ma la voce non riesce a farla diventare indimenticabile. Molto riuscito, forse il migliore pezzo del full-lenght, è la soffice “ETERNA TRANSIBERIANA”, con la sua algida anima, e con una linea melodica stavolta ben congegnata, che dona una malinconia non troppo triste. Altra perla è “I RUDERI DEL GULAG” che sa jazzisticamente avere una ritmica ossessiva ma luminosa e sa fornire un assolo piuttosto acido; è un contenitore in cui si sente l’ambivalenza di modernità e tradizione.

Più epica ed enfatica si erge “Il grande Bianco”, dove a volte però il cantato non ha sempre il polso della situazione. Pur essendo una semplice strumentale, per di più breve (nemmeno due minuti), “Lasciando alle spalle” riesce a non essere noiosa, decretando l’idea che non esistono riempitivi. A chiudere c’è forse il pezzo da considerare più lineare di tutti, eppure molto efficace col suo ritmo semplice e l’energia che imprime; si tratta della solare “OCEANO: STRADE DI SALE”, tipologia più facile da seguire ma che ricorda come l’arte stia anche nelle cose meno complicate.

Tastiere libere, chitarre suadenti, strumenti tutti frizzanti e significativi. La voce è l’unica parziale delusione, non perchè abbia difetti espliciti, ma perché manca di personalità forte, e con questa tipologia siamo più vicini alla PFM che al vecchio Banco. Inoltre, mentre l’insieme compositivo strumentale ha una potenza formale ineccepibile e pure una sapienza di virtuosismo funzionale, la linea melodica del cantato non ha una connotazione che colpisca e che diventi una essenza di corpo, cioè una realtà essenziale al pezzo.

In qualche modo le canzoni si reggerebbero anche senza voce. Inoltre mi sembra che la metrica italiana non sia sempre gestita al meglio, oltre a certe banalità di significato e luoghi comuni in alcune parti di testo, che provano ad essere poetiche ma spesso non lo sono. L’elegia è tutta nei suoni. Il songwriting è un vestito di diversità che passa da una linea  all’altra senza mai incepparsi, anzi con abile fluidità che avvolge con aria fascinosa l’ascoltatore, e il respiro si fa sempre ampio e arioso. Il lavoro si muove bene tra durezza e morbidezza senza mai esagerare con la seconda caratteristica, evitando il rischio di apparire troppo adulatore.

Inseriti passaggi jazz tra le fila rock e una piccola magia di fondo che rende l’ascolto affascinante. Raffinatezza che non può essere ben descritta a parole, qui si trova musica che non cede alla commercialità, ma cerca davvero di esprimere l’anima di chi la scrive. Molti i momenti di oltre sei minuti, ma nessuna suite troppo lunga. Gira su You Tube una intervista video di Nocenzi molto interessante. Possiamo ancora dire che il Prog italiano è in grado di insegnare, come già ha fatto in passato, al progressive internazionale; è davvero singolare come molti musicisti stranieri si ispirino al nostro prog ancora adesso.

Roberto Sky Latini

01. Stelle sulla terra: La partenza\Cavalli sull'altopiano\Perché, perché, perché

02.  L’imprevisto

03.  La discesa dal treno: Fermi ed agitati come tende al vento\Come nell'Ade

04.  L’assalto dei lupi

05.  Campi di Fragole

06.  Lo sciamano

07.  Eterna Transiberiana

08.  I ruderi del gulag

09.  Lasciando alle spalle

10.  Il grande bianco

11.  Oceano: Strade di sale

 

Tony D’Alessio - vocals

Vittorio Nocenzi - keyboards / vocals

Filippo Marcheggiani - guitar

Nicola Di Già - guitar

Marco Capozi - bass

Fabio Moresco - drums

 

 

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