Paragon

                                                                                                     Controlled Demolition

                                                                                                     Massacre Records

                                                                                                    www.paragon-metal.com

 

 

Heavy metal puro che oscilla fra gli Accept di Udo, i Judas Priest e i Gamma Ray più diretti; impetuoso tra Power e Speed. Non siamo all’apice del panorama Powerheavy, ma la qualità di base fornisce un prodotto che interpreta con gusto e abilità la tradizione e il classicismo del genere. I teutonici Paragon rendono omaggio al metal quadrato della loro terra, e lo fanno senza difetti espliciti. Dodicesimo album dal 1995 che li fa rimanere tra i combo minori ma una band che un metallaro ringrazia ancora esistano proprio per la loro capacità di continuare a fare buoni lavori.

Ascoltando gli intro spesso mi domando perché lasciarli a sé stanti quando non sono sufficientemente pregnanti da soli, e invece sarebbero stati, come questo,  l’inizio giusto della prima traccia cantata; infatti qui la title-track e la power “Reborn” unite insieme non creano alcun appesantimento. Irresistibili le power-velocità contenute in questo full-lenght. “MUSANGWE (B.K.F.)” è la più lineare, così evidentemente consueta da divertire comunque e da risultare ciononostante ottimo episodio. Più personali  le sfuriate di “THE ENEMY WITHIN” e di “BLACK WIDOW” che appaiono meno monolitiche. Il carattere cadenzato di “MEAN MACHINE” è completamente Acceptiano, e la verve si inserisce, senza se e senza ma, negli anni ottanta.

Mai al 100% l’influenza Judaspriestiana, ma se ne sente l’afflato qua e là, e nel sentire cadenzato di “BLACKBELL”, certo siamo ancora nel decennio ottantiano. Uno dei momenti migliori dell’album è nell’epicità arrembante di “TIMELESS SOULS”. Con “Deathlines” ascoltiamo una traccia di tipico middle-time che poi si scatena sul finale, e ci immergiamo in un certo pathos, dove l’atmosfera si fa ariosa e ampia. I brani minori come “Abbattoir” sanno farsi piacere anche se il ritornello di questo non è così avvincente.

La sensazione che ho avuto è che, a differenza del solito, il tiro maggiore sta alla fine del disco invece che all’inizio; aprire con “Reborn” e “Abattoir” poteva sviare l’ascoltatore facendogli pensare a nulla di così accattivante, il che definisce il senso di sicurezza di questi musicisti che forse hanno preferito lasciare nel fruitore una gustosa sensazione finale. Infatti anche se “…of Blood and Gore” è un pezzo minore a causa di una certo maggiore tasso di canonicità rispetto al resto dell’insieme, egurgita una forza e una potenza sicuramente maggiori dell’inizio, oltre al fatto che era stato preceduto da bordate ben ficcanti.

Il riffing è quasi sempre compatto e le chitarre si spendono a tutto tondo per riempire gli spazi, così da donare corposità ad un songwriting semplice per quanto efficace. Gli assoli non sono mai insulsi anche se di certo non hanno sempre la personalità delle grandi band, ma talvolta aumentano il tono caratteriale dell’insieme, come avviene in “Deathlines” in cui la parte solistica avvince. Tutto spinge a considerare la band una parificazione ai conterranei Accept; a rendere più sensato tale paragone è il contributo del singer che usa la propria ugola e le linee melodiche allo stesso modo.

L’assenza di personalità vocale però non ne distrugge l’abilità espressiva e mantiene sempre vivo lo spirito eccitatorio del tipo di musica che fanno. L’attitudine è stradaiola e spavalda, talvolta piratesca, ma anche seriosa e come sempre si fa adatta alle scorribande live. Ogni pezzo scorre fluido nonostante la rocciosità, e questo può avvenire solo se si sanno costruire pezzi decenti e arrangiati a dovere, segno della bravura di questi maturi rocker; a questo punto possiamo almeno considerarli al livello dei Grave Digger (se non di più) che ultimamente arrancano un po’. Sicuramente una avventura degna di essere ascoltata da metal kid legati alla coralità e alla riffica di vecchio stampo, lineare ma esaltante.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Controlled Demolition

02.  Reborn

03.  Abattoir

04.  Mean machine

05.  Deathlines

06.  Musangwe (B.K.F.)

07.  Timeless Souls

08.  Blackbell

09.  The Enemy Within

10.  Black Widow

11.  …of Blood and Gore

 

Andreas Babuschkin – vocals

Jan Bertram – guitars

Gunny Kruse – guitars

Jan Bunning – bass

Soren Teckenburg - drums

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