Grand Magus

                                                                                                       Wolf God

                                                                                                       Nuclear Blast

                                                                                                      www.grandmagus.com

 

 

Dopo un buon intro, ma che poco ha a che fare con la musica del gruppo, inizia il classico suono semiepico che ormai da qualche tempo la band svedese ha scelto. E’ un Hard Rock caldo che discende da basi blues, musica sorniona anche quando accelera, grazie anche alla vocalizzazione densa del singer che ha la capacità di essere lirica nei suoi momenti più tonici.

Quattro sono le buone song senza poterle considerare eccezionali. Per il resto c’è un certo piacere all’ascolto ma non si viene eccitati mai abbastanza. Le migliori sono appunto “WOLF GOD” con la sua insistenza cadenzata e con il ritornello enfatico; “A HALL CLAD IN GOLD” che si esprime in uno stile simile ai Motorhead, senza però la necessaria cattiveria e alterna la velocità ad un ritornello melodico riuscendo a dare variazione al pezzo, con un minimo di elettricità a valorizzarla; “HE SENT THEM ALL TO HELL” che ha un bel riffing, ritornello tonico e secco, dove la verve è giusta e forse funziona meglio delle altre tre; “UNTAMED” che ha una partenza veloce poi trova anch’essa il rallentamento nella fase cantata e ciò non depone a favore perché smorza la carica. Questi è il poker del disco, ma nessuna di esse è davvero irresistibile, quindi il livello globale dell’opera non sta molto in alto. Prendiamo una delle tracce minori, per esempio “To live and Die in Solitude”, è brutta? No, non si può dire, fa anche piacere ascoltarla, ma non si impone in alcun modo, lasciandosi scorrere in maniera superficiale.

Anche “Dawn of Fire” ha un buono spunto, e la sua essenza blues può cullare chi ama certe sonorità tradizionali, però vi manca un guizzo ribelle, e pur avvolgendo l’ascoltatore, non lo sorprende. Il massimo dell’aria già respirata, negativamente parlando, si ha in “Brother of the Storm” che cerca di aumentare il tasso epico ma nell’insieme è così prevedibile da infastidire. Questa sensazione si ha già ad un primo ascolto dell’intero album, ma ad ogni riascolto successivo la sensazione di noia non si perde, bensì aumenta.

La chitarra solista ha dalla sua il suono corposo e blues, ma non eccelle in virtuosismi e le sue digressioni sono brevi. Il senso epico è spesso ampliato dal modo di suonare della batteria che, in vari momenti, copia lo stile dei Manowar; lo fa in più pezzi anche se non in tutti e funziona. La voce è sempre fascinosa nel suo timbro da bluesman, però le linee melodiche adottate sono piuttosto scontate. C’è un calo progressivo nella qualità dei loro lavori man mano che passa il tempo.  Disco dopo disco sembra che non ci sia uno sforzo ma una rilassatezza a rendere piuttosto canonici i risultati. Due album fa con “Triumph and Power” del 2014 c’era tiro, un tiro netto ed adrenalinico; anche dopo, nel 2016, con “Sword Song” si può dire che la potenza permaneva anche se ridotta rispetto al precedente album. Oggi siamo nello stesso identico stilema senza però dare mai una botta di spirito che lasci davvero il segno. E’ un album poco più che sufficiente, dall’anima stanca. Non è un prodotto accattivante, appare come una azione doverosa, un album realizzato da gente di mestiere e non da artisti. Non c’è ispirazione. Nono album che spezza il trend creativo di una band mai geniale, ma comunque valida. Di certo finora non si era dato adito a crisi compositive, però qui la flessione si nota abbastanza chiaramente.

 

Roberto Sky Latini

 

01. Gold and Glory
02. Wolf God
03. A Hall Clad in Gold
04. Brother of the Storm
05. Dawn of Fire
06. Spear Thrower
07. To Live and Die in Solitude
08. Glory to the Brave
09. He Sent Them All to Hel
10. Untamed


Janne “JB” Christofferson – guitars / vocals
Mats “Fox” Skinner – bass
Ludwig “Luddee” Wig – drums

 

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