Queensryche

                                                                                                        The Verdict

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Dagli Stati Uniti torna la musica rotonda e raffinata dell’Heavy Metal. Tre album, tre lavori che senza l’ex-singer Geoff Tate non vanno più a cercare di essere diversi. La loro musica è ricercata e particolare in sé senza bisogno di arrampicarsi in sperimentazioni. Qualità innegabile e classe legata al periodo più Heavy Metal del loro passato, dove la parola Prog, pur ancora assegnabile alla band, è solo una sigla relativamente significativa. Bella evocatività e stile atmosferico mai stancante. I testi non vogliono essere banali e, come la musica, cercano di elevarsi sopra la superficialità. Nella loro presenza scenica e artistica i Queensryche, dopo 35 anni,  hanno ancora qualcosa da dire.

La prima traccia “Blood of the Levant”, che parla della guerra in Siria, è sicuramente un pezzo forte, dinamicamente in tensione dove l’ugola si spinge in toni davvero alti. Essa e “MAN THE MACHINE” sono la coppia di brani migliori del lotto; quest’ultima, cambiando ritmo più volte, suona molto accattivante e fresca. Il middle-time di “Light-Years” è suadente nella sua aria dal calore misterioso. Una pecca può essere ravvisata nella softsong “Dark Reverie” che nella parte cantata non è venuta un perfettamente bene; Geoff Tate nelle ballate pare possedere maggiore ispirazione e pathos di Todd, il quale nelle song più toniche è riuscito ad equivalergli, in quest’altro campo non ci è riuscito. Ciò nonostante “PORTRAIT” è uno dei momenti migliori del disco, dove però la morbidezza non è dolcezza ma effetto epico e algicamente rarefatto. Per il resto nessun filler e tutta roba scintillante.

Corposa solidità in “LAUDER THE COSCIENCE”, che sul finale strumentale scurisce un po’ il suo animo. Inutile nominare tutte le tracce che in un continuum sonoro riescono globalmente a regalare piccole enfatiche emozioni. La voce si conferma di alto valore, e il suo assomigliare a quella di Geoff non la penalizza affatto in versatilità e buon gusto. Ma oggi questo cantate è tecnicamente superiore a quello (eccetto che nei pezzi calmi). Le melodie non rimangono subito in testa e questo è un pregio, non un difetto; non è una difficoltà narrativa ma un evitare banali espressioni. In realtà il songwriting è semplice, vestito con ricco arrangiamento. Il cantante ha pure suonato la batteria, ed è stata una esecuzione precisa e perfetta, che non ha sfigurato. La chitarra è continuamente ipnotizzante e magica, e cerca di essere sempre al centro dei passaggi sonori, valorizzando enormemente i pezzi, al di là de momenti solistici. Per chi non amò l’album “Hear in the New Frontier” del 1997, questi Queensryche si preferiscono sicuramente.

Il loro sound odierno si rifà molto al senso più elegante del loro passato,  ma non è scevro di energia, anzi ne ha da vendere pur non cercando sempre l’impatto diretto. Quale preferire tra gli album scritti con questo cantante (“Queensryche” del 2013; “Condition Human” del 2015 e l’attuale) è solo questione di gusto personale; io forse preferisco “Condition Human”, però tutti sono costruiti piuttosto densamente. L’era post-Tate è ormai consolidata ad un livello ottimo, più o meno stabile, mai calante, anche se le opere d’arte apicali della loro passata discografia non potranno più essere raggiunte. Alla fine i Queensryche rimangono un gruppo serio che sa mantenere stretta la propria dignità.

Roberto Sky Latini

01.Blood of The Levant
02. Man The Machine
03. Light-years
04. Inside Out
05. Propaganda Fashion
06. Dark Reverie
07. Bent
08. Inner Unrest
09. Launder The Conscience
10. Portrait

Todd La Torre – vocals / drums

Michael “Whip” Wilton – guitars

Parker Lundgren – guitars

Eddie Jackson – bass

 

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