Iron Void

                                                                                                        Excalibur

                                                                                                        Shadow Kingdom

                                                                                                        www.facebook.com/ironvoid

 

 

La N.W.O.B.H.M. è relegata ad adorazione di culto, ma gli estimatori ci sono e sono sia fan, sia musicisti. Non si spiegherebbe altrimenti la nascita di band  che si dedicano a tale genere, essendo una nicchia poco commerciale.  Nel versante mistico e doom navigano questi Iron Void, che di moderno non posseggono nulla. Tre componenti e al momento tre album con questo. Il genere è nato in Gran Bretagna e questo gruppo dello Yorkshire pare volerlo ben sottolineare con la scelta del genere e dello stile suonato, e in più ci infilano un concept album su Re Artù, una tematica che più legato alla loro terra non si può.

Iniziare con una traccia del tutto scontata e povera come “Dragon’s Breath” non è un bel biglietto da visita, fortuna che la grumosa “THE COMING OF THE KING” cambia direzione all’ascolto, virando subito verso la qualità. “LANCELOT OF THE LAKE” possiede una brezza dolce dentro una struttura sorretta bene da riff caldi, e l’assolo ricorda gli anni ottanta della terra d’Albione. “FORBIDDEN LOVE” crea una bella veduta teatrale anche grazie al basso, e la sua velocizzazione a metà song ricorda chiaramente la riffica dei Black Sabbath, anche se con suono leggermente attutito. “Enemy Within” sfiora l’essenza dei Warlord, senza divenirne copia; rimane brano minore ma sempre con un certo livello di fascino. Anche la suite “THE DEATH OF ARTHUR” mantiene alcuni accenti Warlord, ma qui ciò che è vincente è la sofficità latente, persuasivamente ipnotica. Molto suadente e bella l’acustica ballata “AVALON”, ma traspare più che in altri pezzi la limitatezza vocale del cantante.

L’epicità espressa è scura. La voce è quella debole tipica di questo tipo di sound, caratteristica tradizionale che regala una sfumatura magicamente poetica. Debole non significa scarsa, in questa tipicità d’atmosfera significa invece non legata alla potenza virtuosistica, ma atta a generare con sensibilità un’aurea di sussurrato ammaliamento. Si sente una vibrazione Heavy Metal classicamente intesa, pur nella lenta cadenza ritmica generale; l’essenza Doom è al servizio di una scena inglese passata di moda ma mai passata di valore. Purtroppo per gli Iron Void, pieni di buone intenzioni, il livello non è abbastanza esuberante o abbastanza soverchiante, lasciando una buona sensazione globale, ma con pezzi che posseggono più magia nei suoni che nella realtà del songwriting, infatti non vi sono brani che sia possibile considerare memorabili. Altre band raggruppabili all’interno di questa sonorità sanno immettere un po’ di contemporaneità e di feeling attualizzato; gli Iron Void no, sono chiusi ermeticamente in un antico forziere dalla visione datata senza aprirsi assolutamente; in ciò la loro debolezza ma anche la loro forza. Disco che infatti ha, canonicamante dalla sua, la buona lettura di un mito storico del Metal, quello basico che non può che far piacere a certi metallari di vecchia data, ancora commossi dalla loro adolescenza ottantiana e commovibili ogni volta che questo tipo di note torna ai loro cuori. Usare per gli I.V. il termine “vintage” è estremamente rappresentativo.

Roberto Sky Latini

 

01.  Dragon’s Breath

02.  The Coming of a King

03.  Lancelot of the Lake

04.  Forbidden Love

05.  Enemy Within

06.  The Grail Quest

07.  A Dream to some, a Nightamare to Others

08.  The Death of Arthur

09.  Avalon

Jonathan “Sealey” Seale – vocals / bass

Steve Wilson – guitars

Richard Maw - drums

 

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