Zeffjack

                                                                                                             Friendless

                                                                                                             Rocketman Records

                                                                                                             www.rocketmanrecords.com 

 

 

Disco di esordio per questa power band di soli tre elementi, attiva dal 2000, che dopo varie fasi di consolidamento per trovare la propria strada musicale esce nel 2018 con questo album “Friendless”, interamente strumentale, che spazia tra atmosfere rock, new wave, punk, space fino a piccoli assaggi di psichedelia. Il disco inizia con “Mont blanc” un brano che parte subito forte con una traccia di toni bassi interessante su cui si innesta un riff di chitarra elettrica in arpeggio. Atmosfere space rilassate e avvolgenti. Ci fa volare col pensiero tra le nuvole, forse tra quelle che sovrastano il Monte Bianco.

Notevole l’apporto della batteria che fa un gran uso di piatti. Interventi di chitarra elettrica qua e là ad arricchire il tema portante del brano. Segue “Arnold press” dal carattere punk o post-punk con la chitarra a generare suoni dissonanti, quasi urticanti, supportati dalla batteria che si produce in frequenti rullate e il basso che segna la traccia ritmica in sottofondo per poi uscire prepotente su una linea di contrappunto alla chitarra. “Poretti party” parte col basso autorevole e veloce, subito seguito da un riff di chitarra elettrica che evoca una linea punk-rock che si sviluppa nel corso del brano in caratteristiche musicali tendenti alla new wave.

Se il brano fosse dedicato alla birra, ma essendo solo strumentale non lo possiamo sapere con certezza, sarebbe sicuramente per una sette luppoli. “Starting light” mantiene sostanzialmente la cadenza del brano precedente, ma con un mood più cupo e meditativo. La chitarra diventa new wave, ricordando alcune cavalcate dei Diaframma nell’indimenticato album Siberia. Finale con basso e batteria in primo piano e con la chitarra che si distorce un po’ di più intensificando la frequenza delle note. “St Antony's fire” è uno dei brani migliori dell’intero disco, l’impianto musicale è più vario che negli altri pezzi spaziando tra varie linee ritmiche e mettendo in risalto le qualità tecniche del gruppo che riesce ad amalgamare sapientemente i vari strumenti a generare un muro sonoro compatto e privo di crepe. Molto interessante.

“Demo cemetery” è la canzone più lunga del disco, ancora con cadenze new wave, che lasciano però intravvedere qualche spunto di psichedelia nella parte centrale del brano più rarefatta. Ottima la traccia di basso sempre preciso e in dialogo con la chitarra. Da ascoltare durante una lunga cavalcata in macchina di notte sulla A4 con i finestrini aperti e lo stereo a tutto volume. “Deep impact” parte forte, ricordando forse un po’ troppo alcuni incipit dei brani del primo album dei Verdena che è un vero capolavoro. Piacevole, comunque, il pezzo si snoda tra le maglie dell’indie rock, se ha senso ancora parlare di questo termine ormai abusato. La traccia è molto bella e ben suonata, una delle migliori del disco insieme alle due tracce precedenti. Questo album raggiunge il suo apice nei suoi brani centrali. “California butterfly” lascia l’indie rock e torna su territori più consueti per gli Zeffjack che sono, ormai lo abbiamo capito, quelli della new wave. Un brano ancora una volta piacevole e anche orecchiabile che ci traghetta, dopo una bella cavalcata finale e un assolo di chitarra elettrica, verso “Number 9” che suona più rock con un gradevole riff di chitarra elettrica molto coinvolgente ed evocativo.

Potrebbe essere la colonna sonora di una scena di un film in cui due innamorati si rincorrono e si cercano lungo la Senna senza mai trovarsi.Ottima scelta quella di mettere uno dei brani più significativi verso la fine dell’album per mantenerne alto il livello. Il disco si conclude con “Fade out”, un brano avvolgente col suo loop di chitarra elettrica quasi ossessivo, che si ripete cambiando di tono lungo tutto lo svolgimento della canzone. Una sorta di dissolvimento dinamico che ci porta piano piano, ma inesorabilmente, verso la conclusione di questo stimolante e gradevole disco.

 

Un album senza dubbio interessante, ben suonato da una band di cui si percepisce la lunga esperienza musicale, la grande sintonia e il perfetto amalgama tra i suoi componenti. Ottima anche la registrazione. Essendo un disco totalmente strumentale non è sicuramente di facile metabolizzazione e quindi va ascoltato più volte per rendere familiari le tracce. La scelta di produrre brani solamente strumentali certamente può penalizzare la penetrazione commerciale del disco in quanto le canzoni sono di meno facile presa sul pubblico. Consiglierei agli Zeffjack di ripensarci e di provare a innestare dei testi sulle loro musiche, soprattutto su quelle in stile new wave che ben si prestano a raccontare storie di ogni genere, reali o immaginarie, felici o tristi, assennate o immaginifiche, come possiamo apprezzare sia nei dischi dei Diaframma sia in quelli anni ottanta dei prima Litfiba. Da ascoltare più volte al massimo volume, magari quando si torna a casa dal lavoro un po’ arrabbiati e con la voglia di evadere e di sfogarsi. 

Pierluigi Daglio

 

01. Mont blanc

02. Arnold press                                                                                                     

03. Poretti party

04. Starting light

05. St Antony's fire

06. Demo cemetery

07. Deep impact

08. California butterfly

09. Number 9

10. Fade out  

 

Fra

Mic

Andre

 

 

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