Alice in Chains

                                                                                                Rainer Fog

                                                                                                BMG

                                                                                                 www.aliceinchains.com

 

 

La storia della musica rock possiede delle radici che spesso tornano a trasparire nei lavori dei piccoli come dei grandi. E succede con gli Alice In Chains, il cui album si apre con l’ossessiva e bella “THE ONE YOU KNOW” che è difficile non collegare ai Beatles, in qualche modo legandola a “Come Togheter”. Solo 6 album dal 1990 (cinque anni passati dall’ultimo precedente) ma la band è fondamentale per la fondazione del Grunge e va considerata tra le entità principali del rock duro. Ricordiamo che gli Oasis, fuori dal metal, e ben più mainstream, vanno considerati inferiori poiché senza essenze di base come gli Alice in Chians, quel gruppo e quelli similari, non sarebbero mai nati. E quando la classe non è acqua si sforna un lavoro ottimo come questo che sto recensendo.

La title track “RAINER FOG” meno pesante della prima traccia, è ugualmente qualitativa con la sua frizzantezza. Suonare all’americana cantautoralmente, con un pizzico di contry-style, altro elemento della storia musicale, ben si confà loro, e la significativa ballata rock “FLY” è l’ottimo esempio in tal senso, con anche il suo rotondo breve assolo. C’è spazio per una oscurità parzialmente doom in “DRONE”, quasi una suite, in cui il Grunge si apparenta meglio col metal classicamente inteso, anche se vi si scorgono sfumate dolcezze nell’assolo e appena prima dell’assolo.

La stessa anima muove “SO FAR UNDER” con una attitudine meno orecchiabile. Che i Beatles non si possano scartare dalle loro ispirazioni lo testimonia in parte anche “Maybe”, ma sia chiaro, non è mai una completa personificazione, sono sempre e solo sfumature, del resto in tale song potremmo trovarvi anche i C.S.N.&Y., e infatti ve li sentiamo davvero. L’unica canzone orecchiabile in senso leggero e sorridente può essere individuata nella cadenzata e ballabile “Never Fade”. La calma lunga “All I am” si accommiata con evanescente pathos per lasciarci nostalgia.

La voce strascicata alla Nirvana (ma inaugurata da John Lennon) è perfettamente inquadrata nel feeling corposo del songwriting, e dona la sua malìa fascinosa senza bisogno di alcuna forzatura, spontaneamente esaustiva. Le chitarre mai aggressive tonificano però sempre i vari pezzi con il giusto equilibrio e mantenendo ampi orizzonti atmosferici. Più di altre band Grunge, gli A.InChains sono metallici, e la loro energia si sviluppa con coerenza tra melliflui passaggi emozionali e forze maggiormente esuberanti. Questi musicisti non hanno mai fretta di tirare fuori la loro arte e di costruire full-lenght, e quindi la loro arte diventa, per noi fruitori, preziosa come un metallo raro.

Non è un concept album ma certo il titolo è suggestivamente un elemento tematico dato che si tratta della “nebbia” del monte Rainer, altura che sovrasta la città natia del gruppo, cioè Seattle, patria del Grunge. E’ un ritorno a casa? Veramente la musica del disco ci racconta una diversità matura e presente alla contemporaneità anche se tutta ben connessa coi giorni di 28 anni fa. Abbiamo a che fare con cinquantenni che riflettono sulla loro vita come sul loro sound, riuscendo a integrare delicatezza tecnica e sensazioni umorali. Gli A.InC. non possono scrivere di feste e moto, il loro dna li porta a malinconie o a immagini introspettive. La conclusione è che i grandi sono rimasti grandi.

Roberto Sky Latini

1.     01.  The One You Know

02.  Rainier Fog

03.  Red Giant

04.  Fly

05.  Drone

06.  Deaf Ears Blind Eyes

07.  Maybe

08.  So Far Under

09.  Never Fade

10.  All I Am

William DuVall – vocals; guitar

Jerry Cantrell - guitars

Mike Inez - bass

      Sean Kinery - drums   

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