Axel  Rudi Pell

                                                                                                        Knights Call

                                                                                                        SPV

                                                                                                       www.axel-rudi-pell.de

 

 

Come fa a tirare fuori circa un disco di inediti ogni due anni non si sa, ma il tedesco Pell è ormai una abitudine del metal europeo di cui pare proprio non si possa fare a meno. O forse si sa: se non cerchi di andare oltre al tuo abitudinario modo d’essere, è più facile. Qui siamo al diciassettesimo dal 1989. Cosa pensate di trovarci?  Non abbiate timore se volete certezze, mentre non abbiate aspettative se volete originalità. Da qualunque parte si giri il cd, Pell appare sempre uguale.

L’intro “The Medieval overture” pare suonato con la pianola per bambini, ma a parte questo ridicolo inizio, l’album va messo tra i migliori del chitarrista. Il Power di “The Wild and the Young” funziona ottimamente per iniziare la cavalcata anche se il riff appare troppo scontato. Poi l’orecchiabile e cadenzata “WILDEST DREAMS” innesta una bella melodia nella testa dell’ascoltatore con grande perizia e raffinatezza (ma perché rubare ai Deep Purple la rullata iniziale di “Black Night”?). Alto livello anche per l’anthem rockettaro “LONG LIVE ROCK” che non ha bisogno di durezza per funzionare ai concerti; anche se il coro che accompagna il titolo è piacevolmente piratesco e in grado di fornire un minimo di indurimento.

Traccia dallo spirito più rock è invece “Slaves on the Run” anche se il cantato mantiene sempre la sua caratteristica morbidezza. Ma si vola meglio con la fluida e tirata “FOLLOW THE SUN” che invita a muoversi a ritmo e che ci grazia di un riff maggiormente più guizzante della media. Tre pezzi sono delle suite: la middle-time “THE CRUSADERS OF DOOM”” dura 8 minuti, l’evocativa ballata “BEYOND THE LIGHT” poco meno, e, addirittura, “Tower of Babylon” 9 minuti e 50 secondi, anche se la sua lunghezza in parte dipende dal prolungamento eccessivo del finale ripetuto nel titolo; il suo riff stavolta invece che di stampo Blackmoriano è preso dalle cadenze di Page e dei Led Zeppelin, anche se le vocalizzazioni sono alla Ronnie. Il finale prolungato è stato certamente ideato per aumentarne l’enfasi ma  invece ne aumenta la noia, è comunque un piccolo intralcio accettabile. Mi fa sorridere la strumentale “Truth and Lies” che ai 3 minuti e 30 inizia un giro di tastiere che ricorda il pezzo italiano ludico (cioè non serio) di “Gioca Jouer” del 1981, tormentone col quale Claudio Cecchetto ci aveva rotto i cojoni (scusate la mia caduta di stile in questo ruolo ufficiale di recensore).

Nessuna novità dal sound di Pell, accerchiato com’è dalle tradizionalissime trame classicheggianti di Rainbow e similari. L’eleganza globale è innegabile, va poi detto che gli assoli sono di nobile caratura, davvero ben studiati e ispirati. Anche il singer sa fornire una performance interessante nelle sue linee cantate, ma sembra un paradosso dire che le canzoni valgono e poi affermare nel contempo che il tutto appare troppo omogeneo. C’è da dire che c’è di fondo una formula che ripete se stessa disco dopo disco, e che in questo disco trova un po’ di lucidità dopo alcuni lavori meno brillanti, ma che lascia una patina di scontatezza che fa sì che la musica non soprenda mai. Se ne gusta la maestria e la classe, però non dona mai un guizzo fuori schema. A d ogni modo più ascolti riescono ad eliminare la sensazione di leggera noia iniziale. In questo un po’ di responsabilità ha la modalità canora di Gioeli che tende a non accelerare tonicamente le frasi, lasciandosi sempre andare ad allungamenti soffici che alla fine rendono similare ogni canzone, quasi le melodie fossero interscabiabili con i diversi giri chitarristici (giusto “Long Live Rock” possiede più dinamismo).

Anche gli Accept (per rimanere in Germania) sono sempre uguali a sè stessi, ma ogni brano ha il suo guizzo che lo differenzia nettamente l’uno dall’altro, qui c’è meno caratterizzazione. Il disco è buono nella misura in cui si abbandona l’idea di  navigare mari sconosciuti; invece è un album buono per rilassarsi davanti al caminetto con un buon bicchiere di vino, è cioè un disco rassicurante. Pell non si è posto alcun problema, come al solito, e ha sfornato la sua unica essenza di vignaiolo che ha uva pregiata nella sua vigna, ma solo di una qualità.

 

Roberto Sky Latini

01.  The Medieval Overture (intro)

02.  The Wild and the Young

03.  Wildest Dreams

04.  Long Live Rock

05.  The Crusaders of Doom

06.  Truth and Lies

07.  Beyond the Light

08.  Slaves on the Run

09.  Follow the Sun

10.  Tower of Babylon

 

Johnny Gioeli – vocals

Axel Rudi Pell guyitars

Ferdy Doernberg – keyboards

Volker Krawczak - bass

Bobby Rondinelli - drums

 

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