Monster Magnet

                                                                                                             Mindfucker

                                                                                                             Napalm Records

                                                                                                             www.facebook.com/monstermagnet

 

 

Un suono sporco più rock del solito e meno cantautorale che negli ultimi periodi. I Monster Magnet  arrivano al decimo album da studio (non considerando la rifacitura di “Last Patrol”) e appaiono dei testardi rockettari senza alcuna voglia di fare i ruffiani. Sanguigni e tosti, lasciano scorrere l’istintività in una maniera che parecchio rock tecnico tende ad affievolire.

Attitudine quasi punk di fine anni ’80 in alcuni frangenti come nella traccia iniziale “ROCKET FREAK”, pezzo che porta lo scatenamento solistico ad acuti irrefrenabili. Questa ma anche “SOUL” sembrano avvicinarsi a quel rock’n’roll invasivo sulla scia dei Backyardbabies, ma anche dei più antichi Stooges. Più circolare e tipicamente Monster suona la title-track “MINDFUCKER”, che possiede una meno caotica scrittura e fa scorrere i riff e la linea vocale con più lucida follia.

“I’M GOD” è il poker che conclude il meglio del disco; questa è parzialmente legata alla espressività introspettiva che aveva maggiormente caratterizzato le ultime uscite discografiche del gruppo. E’ anch’essa però una song che grida, quasi ci fosse una urgenza a liberarsi dalle inibizioni. La psichedelica emerge con un’altra introspezione sonora, cioè con “Drawning” che rimanda a suoni piuttosto corposi per dirsi rarefatti, ciò nonostante si apre ad una certa ariosità. Allontanandosi dall’Heavy ecco il rock vero e proprio con una “Ejection” che appare ispirata direttamente dai Rolling Stones, e funziona alla grande.

E tra le tante ispirazioni ecco fare capolino i Kiss della metà anni settanta con “Want some” che per songwriting è debitore a dischi come “Kiss” del 1974 o “Dressed to Kill” del 1975 sia per riffing, del tutto tipico del combo di mascherati, sia per ritmica che per assolo tremendamente Frehleyano; ma anche il cantato ci va vicino. La conferma che non ci si è fermati ai canoni più Hard arriva da “Brainwashed” che anima la track-list con un saltellante rock’n’roll, ma anch’esso intriso di sudore. Si viaggia a ritroso nel tempo con “All Day Midnight” che ci porta negli anni sessanta, verso lidi che sono quelli che nessun rocker dovrebbe dimenticare, vicini a Doors o Cream. Più Stoner di tutti, anche se con un riff del tutto derivativo e già sentito, la traccia finale “When  the Hammer comes down”, a tratti con un cantato alla Ozzy.

Un disco che trasuda polvere e terra, ma non sempre da stoner band, bensì dentro una più classica forma estetica, anche se molto verace. Nonostante la registrazione digitale il risultato pare analogico grazie alla rozzezza dei suoni. Persa parte della fruibilità commerciale, si diventa da una parte sguaiati e dall’altra più seri. Qui si è voluto urlare e sfogarsi come se non ci fosse più tempo per farlo. La musica non è innovativa, ma possiede quell’atmosfera personale e individualista che la rende affascinante. Dave nelle interviste racconta di come si ispiri alla musica già esistente, quella delle proprie radici e che gli piace suonare. In particolare nomina la scena di Detroit. I testi parlano di politica americana, senza farsi troppo impegnati, ma seguendo una strada che pare abbia risvegliato molti musicisti rock del momento. Disco che è fatto per i desiderosi di vivere la vera vibrazione del rock d’altri tempi, ma gestito con forte accento artistico e non come una scelta vintage.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Rocket Freak

02.  Soul

03.  Mindfucker

04.  I’m God

05.  Drowning

06.  Ejection

07.  Want Some

08.  Brainwashed

09.  All Day Midnight

10.  When the Hammer comes down

 

Dave Wyndorf – vocals

Garrett Sweeny – guitars

Phil Caivano – guitars

Chris Kosnik – bass

Bob Pantella - drums

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