Monkey Diet

                                                                                                            Inner Gobi

                                                                                                            Black Widow Records

                                                                                                           www.monkeydiet.net

 

 

Album di debutto per i Monkey Diet, un trio di musicisti bolognesi di esperienza, che hanno già militato in interessanti band di musica progressive prima di mettersi insieme per produrre questo disco tutto rigorosamente strumentale. L’album si apre con “Ego Loss” un brano di circa quattro minuti molto eclettico e pervaso da diversi stili musicali. Si va dal progressive, a svisate nel rock e nel jazz, a passaggi psichedelici con grande naturalezza. Chitarra elettrica distorta, basso e batteria molto potenti. Un sound particolare molto frastagliato che necessita di numerosi ascolti per essere metabolizzato.

Segue la title track “Inner Gobi” in un’atmosfera piuttosto dark e ossessiva. La chitarra produce la linea melodica che si snoda continua lungo tutto il brano, mentre basso e batteria riempiono di sostanza il background. Ottimo il dialogo tra la chitarra e il basso che spesso palleggiano tra loro. Lo stile del brano, inizialmente, tende al rock classico per poi evolvere in una parte lenta caratterizzata da chitarre acustiche. Anche l’assolo si fa più dolce e l’atmosfera più rassicurante. Finale con ritorno in zone più ombrose con il basso e la batteria che salgono di intensità. “Slidin’ Bikes” è una canzone psichedelica nella parte iniziale, con atmosfera rarefatta, per poi salire di ritmo e di intensità trasformandosi in un rock che, a sua volta, evolve verso path in stile jazz con basso e batteria in primo piano e chitarra a fare da supporto. Ancora un cambio di linea nella parte finale, con arpeggi di chitarra acustica, per questa traccia eclettica e composita.

“The Endless Day of Robby the Ant” è il brano più interessante dell’intero disco. Apre in stile ballata progressive con chitarre acustiche, che rimangono comunque in background anche quando parte l’assolo di chitarra elettrica che sale sempre più di intensità e di velocità. Allo stesso modo basso e batteria, dall’assenza iniziale, cominciano a crescere riempiendo tutto lo spazio. Cambio di linea, il basso prende il sopravvento e diventa l’attore principale, disegnando una parabola ritmica dai contorni indefiniti, tra il classico e l’innovativo. Un brano decisamente originale. “Moth” con i suoi nove minuti abbondanti è il brano più lungo dell’album. Parte con un coro polifonico che sfocia subito in un clima dark, caratterizzato dalla chitarra elettrica molto distorta, che suona sequenze di accordi.

Come sempre risponde il basso, rispolverando tenacia e potenza nel disegnare una sottotraccia a supporto della chitarra. Cambio di linea, il brano diventa lento e rarefatto, psichedelico, un sintetizzatore disegna qualche nota fino al ritorno prepotente della chitarra. Segue “Sorry Son…(I’ve Lost Your Car)” che inizia con un tappeto di tastiere su cui si innesta un riff di chitarra elettrica, ritmo sincopato, batteria a dettare tempi dispari. Atmosfera rock che assume contorni sempre più rarefatti a sconfinare nel fusion, con il basso e la chitarra che dialogano quasi come si trattasse di una improvvisazione. Si torna poi allo schema iniziale con le tastiere, il ritmo della batteria torna normale, rientrando nei classici temi hard rock. Il brano si avvia quindi alla conclusione, chiudendo sapientemente il suo ciclo circolare. “Moonshine” è un brano energetico, ci cattura subito il riff di basso che sostiene la chitarra elettrica. Si snoda lungo percorsi rockeggianti con assoli di chitarra elettrica distorta contrappuntati dal basso che segue una linea parallela mai banale.

Peccato che il brano sia strumentale. Questa canzone in particolare è la più cantabile dell’intero album e non sarebbe stato arduo scrivere un testo da adattare alla linea musicale del pezzo, a tratti melodica a tratti più scorbutica. Sarebbe stato senza dubbio, vista anche la durata contenuta della traccia, il singolo da estrarre dall’album per eventuali passaggi radiofonici. “Seppuku” è una canzone molto breve, meno di tre minuti, dallo spirito hard rock, carina perché esalta il contrappunto tra il basso e la chitarra, spazia dagli assoli alle sequenze di accordi aumentando di intensità al passare dei minuti e ci porta velocemente verso l’ultimo brano di questo disco che si fa notare per il suo ecclettismo e la sua originalità.

Il progetto si conclude con “Viking” che ancora una volta mette in evidenza l’ecclettismo dei brani lunghi dei Monkey Diet passando in questo caso dal jazz fusion della parte iniziale, caratterizzato da chitarre pulite e senza effetti, dal basso che vaga per praterie musicali libero, alle strutture più delineate del rock con i suoi giri armonici melodici e piuttosto orecchiabili, alla rarefazione della parte centrale, ad alcuni passaggi a vuoto tipici della psichedelia. Da apprezzare guidando di notte sulla lunga autostrada che ci porta verso il sogno, mentre si bacia una ragazza appena conosciuta di cui non si conosce ancora il nome, mentre iniziano a scomparire le stelle e il sole che sorge, purtroppo, ci riporta nel mondo reale. 

I brani migliori del disco sono “Inner Gobi” per la sua struttura musicale che passa con naturalezza dal dark al bucolico per poi evolvere verso territori meno battuti, “The Endless Day of Robby the Ant” per la sua originalità e la difficoltà a collocarla in un genere musicale predefinito e, infine, “Moth” per le sue linee musicali perfette, che a tratti ci ricordano i King Crimson di Robert Fripp nella terza fase della loro lunga carriera, ma senza mai imitarli troppo. Un disco eclettico, a tratti difficile, di non immediata metabolizzazione. Le canzoni diventano familiari solo dopo diversi ascolti che ne consentono di apprezzare le raffinatezze e le complicate linee musicali e compositive. I tre componenti della band sono musicisti molto talentuosi e lo dimostrano appieno durante tutte le nove tracce dell’album con passaggi che vanno dal dark, al progressive, al rock, al jazz-fusion.

Da ascoltare in cuffia, guardando la notte che scende, con le nubi nere che oscurano il cielo pensando ai misteri della vita oppure in compagnia, seduti sulla spiaggia in primavera, coperti da un plaid scozzese sulle spalle, intorno a un fuoco improbabile che rischiara la notte e ci permette di vedere la risacca delle onde. Un disco moderno, mai banale, che continuerà a darvi nuove emozioni all’aumentare degli ascolti. 

Pierluigi Daglio 

 

01.  Ego Loss

02.  Inner Gobi

03.  Slidin’ Bikes

04.  The Endless Day of Robby the Ant

05.  Moth

06.  Sorry Son…(I’ve Lost Your Car)

07.  Moonshine

08.  Seppuku

09.  Viking

 

Gabriele Martelli – chitarre e synth

Daniele Piccinini – basso e synth

Roberto Bernardi – batteria

 

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