Watain

                                                                               The Wild Hunt

                                                                               Century Media Records

                                                                               www.templeofwatain.com

 

 

 

 

Strano destino quello dei Watain, il cui percorso stilistico, oltre che storico, è venuto a coincidere in maniera significativa a quello dei leggendari Dissection: non solo la presenza di Erik Danielsson in entrambi le compagini ha creato una sorte di ponte, di passaggio di testimone musicale ma soprattutto concettuale ed artistico tra le due bands, ma anche la situazione oseremmo dire “mediatica” delle due band ha trovato forti punti di contatto dopo le ultime vicende dei tre blackster svedesi.

All’indomani dell’uscita e del successo planetario del precedente “Lawless Darkness” infatti, i Watain si sono ritrovati a ricoprire dopo molto tempo quello spazio vacante lasciato scoperto proprio dal gruppo di Nodtveidt in seguito al suo suicidio, assurgendo rapidamente al ruolo di nera stella polare nell’ormai stanco e stantìo panorama black metal svedese e non solo.

Dopo un album di tale portata, oscuro ma melodico, potente evocativo e tragico allo stesso tempo, gli occhi di tutti erano puntati su di loro e su quali possibili sviluppi avrebbero potuto basarsi per cercare di maturare ulteriormente il proprio sound. Come spesso accade in questi casi quindi, Danielsson ed i suoi compagni si sono trovati di fronte ad un bivio, ad una duplice possibilità che avrebbe in ogni caso stravolto non poco il giudizio dei numerosi fan ed addetti ai lavori: da una parte la possibilità di rendere ulteriormente accessibile il loro stile, insistendo ed ampliando l’utilizzo di melodie molto marcate e facilmente memorizzabili come sull’ultima uscita discografica, che aveva permesso alla band di entrare prepotentemente tra gli ascolti di un pubblico non certo avvezzo al black più ferale ed underground; dall’altra, un possibile “ritorno alle origini”, a quanto sentito su “Rabid Death Curse” prima, e nei solchi maledetti di “Casus Luciferi” e “Sworn To The Dark” poi, con canzoni votate ad una forma artistica certamente più estrema e meno tendente al compromesso.

Scelta dura quindi, momento decisivo in una carriera che fino ad oggi poteva contare su nessun passo falso e una stima pressoché unanime da parte dell’intera scena metal estrema: talmente dura, che i Watain alla fine hanno scelto di non scegliere, glissando il problema e realizzando undici canzoni dove si mischia il vecchio con il nuovo, il catchy con l’estremo, il radiofonico con dissonanze e screaming vocals.

Il risultato tuttavia, nonostante le indubbie capacità dei Nostri, non riesce a convincere pienamente e lascia dedurre, purtroppo, che la situazione non sia stata gestita al meglio in un momento così delicato. Dopo una introduttiva “Night Vision”, basata su di un pregevole arpeggio chitarristico, veniamo letteralmente catapultati nel caos mefistofelico di “De Profundis”, concitata e dalla struttura volutamente indigesta e di difficile comprensione, memore delle lezioni impartite dai Watain sul primo indimenticabile album.

I ritmi calano sensibilmente poi con “Black Flames March”, classico mid-tempo black metal che però non mostra nessun dei guizzi geniali che caratterizzano la band, mentre “All That May Bleed”, primo singolo scelto da “The Wild Hunt”, riprende in parte lo spirito caotico della prima canzone, fondendolo ad interessanti incursioni centrali facilmente ascrivibili alle forme estreme avanguardistiche particolarmente esplorate in territorio francese. Anche “The Child Must Die” si muove sulle stesse coordinate della precedente, mentre è con “They Rode On” che si cambia decisamente marcia, la canzone della discordia, realizzata palesemente per shockare e dividere gli ascoltatori: si tratta infatti della prima canzone dell’intera discografia cantata interamente su registri puliti, accompagnata in sottofondo da morbidi accordi di chitarra verso un crescendo finale con assolo da tipica rock song.

Al di là dello svarione stilistico, è proprio la canzone in sé a non convincere, basata su motivi canori e musicali poco emozionanti e non sviluppati a dovere da un gruppo di questo calibro; paragonata infatti alla titletrack, altra canzone abbastanza simile nelle strutture e nella concezione a “They Rode On”, questa risulta molto più fiacca e poco ispirata, priva di quell’alone maligno e pericoloso facilmente percepibile invece su “The Wild Hunt”.

Gioiranno i più scalmanati con “Sleepless Evil”, sicuramente la più tirata del lotto, eppure anche in questo caso sembra mancare quell’urgenza maledetta da sempre immancabile nel sound dei Watain. “Outlaw”, insieme ai brani di metà scaletta, è quella che più cerca di fondere la vecchia attitudine a soluzioni meno spigolose, grazie a ritornelli e strofe tirate alternati ad un intro/outro più consono ai Sepultura di “Roots” piuttosto che ad una band black metal! Curiosamente è proprio la doppietta finale a convincerci di più nell’ascolto, sia la splendida strumentale “Ignem Veni Mittere” dove viene pagato in maniera reverenziale il giusto tributo di sangue ai Dissection, che soprattutto la conclusiva “Holocaust Dawn”, oltre sette minuti di zolfo ed inferno che insieme lascia soddisfatti per il risultato ed amareggiati pensando a cosa sarebbe potuto essere un nuovo album dei Watain basato tutto su questo livello qualitativo.

Come si evince quindi, ad un primo impatto “The Wild Hunt” sembra un parto infelice e poco convinto da parte di una band incastrata in una dimensione più grande di se stessa: questo spiacevole sentore rimane purtroppo anche dopo che l’album è stato assimilato a dovere, ma è proprio con l’abitudine che si potrà intravedere, forse, il diabolico piano di Erik nel realizzare questa release “di passaggio”, non troppo distante dal suo passato ma al contempo inevitabilmente votata a lidi ormai distanti anni luce dalle gelide cantine nordiche dove questo genere è nato oltre venti anni fa. Genio o sregolatezza, solo il tempo potrà farci inquadrare in maniera più organica “The Wild Hunt”, per il momento i Watain continuano a far parlare di sé: bene o male che sia, l’importante è pur sempre che se ne parli.

 

 

Edoardo De Nardi

 

01.  Night Vision

02.  De Profundis

03.   Black Flames March

04.  All That May Bleed

05.  The Child Must Die

06.  They Rode On

07.  Sleepless Evil

08.  The Wild Hunt

09.  Outlaw

10.  Ignem Veni Mittere

11.  Holocaust Dawn

 

E.- vocals, guitars, bass

P - guitars

 

H - drums

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