Desert Wizards

                                                                                                    Beyond The Gates Of The Cosmic Kingdom

                                                                                                    Black Widow

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Terzo album in studio per i Desert Wizards, un gruppo di Ravenna che si ispira principalmente alle atmosfere psichedeliche e space rock di fine anni sessanta e inizio anni settanta. Il disco si apre con “Astral Master” un brano caratterizzato da un notevole riff di basso che detta la linea ritmica della canzone su cui si innesta la chitarra. Atmosfera psichedelica, stiamo facendo un viaggio nello spazio, il ritmo aumenta e l’astronave è partita. Nella parte centrale la canzone cambia registro, diventa lenta e struggente con la chitarra a dettare la linea melodica. La parte vocale non sembra essere registrata al massimo della qualità. Carino il finale in crescendo. Un discreto inizio per questo disco che prosegue con “Dogstar” che parte con un dolce arpeggio di chitarra e la voce femminile di Anna Fabbri. Arriva una tastiera in stile progressive che cambia di registro al brano che si incupisce diventando più dark.

Partono basso e batteria a dettare la linea ritmica su cui si innesta la chitarra. Col passare del tempo il brano diviene sempre più rock con assoli di chitarra che aumentano di intensità e velocità. “Born Loser” è un breve brano inferiore ai tre minuti in stile hard rock molto cadenzato che funziona come intermezzo proiettandoci verso “Red Sun” che con i suoi dieci minuti è il brano più lungo dell’intero disco. Si apre con una atmosfera molto spaziale e rarefatta che ci conduce in situazioni siderali. Notevole il riff di basso in sottofondo, parte cantata che ricorda vagamente il mood di “Set the controls for the heart of the sun” dei Pink Floyd, parti strumentali più veloci con chitarra distorta in primo piano che ci rimandano forse a certi riff di “Confessione” del Biglietto per l’inferno. Parte centrale molto rarefatta e pulsante, ancora in pieno stile pink-floydiano di “Interstellar overdrive” che poi riprende la linea melodica iniziale con un finale space rock. Un brano piacevole e pieno di citazioni. “The Man Who Rode the Time” è un viaggio spazio-temporale caratterizzato ancora da atmosfere rarefatte, ma questa volta più avvolgenti, come a creare una sorta di ciclicità musicale.

Molto bello l’assolo di chitarra. Seconda parte più lenta con pianoforte dolce e struggente. Seducente il finale con assolo di tastiera, basso e batteria che aumentano di intensità e vocalizzi. Una delle canzoni più riuscite dell’intero disco. “Distant Memories” è un brano dall’inizio lento, malinconico, struggente in stile pop-rock, sicuramente adatto, anche per la sua durata non eccessiva, ai passaggi in radio magari accorciato un pochino con un radio edit apposito sul finale. Seconda parte più veloce, con l’organo a sostenere la voce e l’intervento della chitarra in stile hard rock. Molto orecchiabile e piacevole. “Snakes” parte veloce con chitarra e tastiera, in stile space rock, ritmo ben sostenuto da basso e batteria. Questa seconda parte dell’album è molto energetica e interessante. Assolo di tastiere alla Deep Purple degli anni d’oro che sfocia in un cambio di linea verso una spazialità più rilassata e rarefatta. La musica diventa avvolgente. Finale ancora diverso con assolo rock di chitarra elettrica. Una canzone eclettica dai risvolti gradevoli. Il disco si conclude con “A Light in the Fog” una traccia delicata, quasi una ballata, dolce ma anche un po’ dark per le sue dissonanze e la sua ossessività della prima parte. Sfocia poi in un piacevole assolo di chitarra elettrica che ci porta verso un finale in crescendo, caratterizzato dal sassofono. Anche in questo caso ci si lascia andare troppo verso agevoli citazioni pink-floydiane, in questo caso nei confronti di “Us and them”.

Disco molto eclettico che spazia dalla psichedelia, al progressive, al rock nelle sue diverse forme come ad esempio hard rock, space rock, pop-rock. I brani più interessanti del progetto sono senza dubbio quelli come “Dogstar” per le loro variazioni che spaziano dal pop, al progressive, al rock psichedelico e allo space rock, “Red Sun” per le sue citazioni psichedeliche pink-floydiane e anche per qualcosa che rimanda al progressive italiano anni settanta, “The Man Who Rode the Time” per la sua originalità e la sua freschezza compositiva e infine “Snakes per la sua atmosfera che spazia dalle svisate in stile organo hammond alla rarefazione psichedelica. Il terzo brano del disco intitolato “Born Loser” non entra in sintonia con il resto dell’album, quindi avrebbe potuto benissimo essere un outtake in fase di produzione per mantenere una certa omogeneità di linea in tutto il progetto. Per migliorare ulteriormente e fare il salto di qualità consiglio ai Desert Wizards di cercare di liberarsi il più possibile dalle citazioni, volute o non volute, delle grandi band del passato cercando di rielaborare un suono proprio più riconoscibile che si differenzi dalla massa. Il disco è piacevole, di buona fattura musicale, ma bisogna lavorare meglio sulle voci soprattutto in fase di registrazione. Un progetto comunque interessante dai molti lati positivi.

 

Pierluigi Daglio

 

01.Astral Master

02.Dogstar

03.Born Loser

04.Red Sun

05.The Man Who Rode the Time

06.Distant Memories

07.Snakes

08.A Light in the Fog

 

Marco Mambelli - Vox/Bass/Sinth

Marco Goti - Guitars

Anna Fabbri - Organ/Vox

Silvio Dalla Valle - Drums

 

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