Legionem

                                                                                                          Ipse Venena Bibas 

                                                                                                          Black Widow

                                                                                                         www.facebook.com/legionemdoom

 

 

Dalla Toscana arrivano tre individui che si nascondono sotto nomi ad effetto e che sono tutto un programma.  Il sound è quello Doom suonato nel modo tradizionale che ormai si può dire faccia parte del dna italico, grazie ad antesignani come i Death SS. Non c’è qui innovazione del genere suonato, l’essenza dell’album è fortemente ancorata al passato. Tra le fonti naturalmente anche i Black Sabbath di Ozzy. Ciò che lascia un po’ a desiderare è la produzione tecnica, ma in questo genere musicale a volte la cosa crea un fascino vintage non indifferente, e qui così è, ma solo per alcune tracce. In altre la registrazione è troppo esageratamente penalizzante. 

La presentazione dell’album viene eseguita con la recitazione di un versetto tratto dal Vangelo di Marco (prima traccia), quello che racconta l’incontro di Gesù con un uomo posseduto da una legione di Demoni; e voilà i tre musicisti spiegano in questo modo il loro moniker. Il sound giunge di conseguenza, con un Hard Rock pesante e tinto di plumbei andamenti senza però farsi estremo da questo punto di vista. Tre sono le canzoni riuscite appieno, quelle che permettono al full-lenght di esistere. “THE BISHOP” è un pezzo ben riuscito dove i giri di chitarra scorrono fluidi e animano senza soluzione di continuità l’intera composizione.

A differenza del momento precedente, “ALBERTUS ALBERTUS” intona un cantato globalmente meno scuro, anzi quasi stile anni sessanta in un momento di alzata dei toni. La bontà di queste composizioni è la loro dinamicità e le tracce appena citate risultano davvero intriganti e riuscite, offrendo un minimo di personalità. Bella “PROCULO’S VIAL” che possiede sgargiante espressività; peccato che alla tastiera appena accennata non sia stata data maggiore consistenza, quegli inserti infatti sono davvero gustosi, in grado di addensare il feeeling.  Il resto sono brani che valgono a metà e quindi sono da ritenere minori.

Ottimo l’inizio cupo di “Furcas and the Philosophen” dove il cantante denota poca capacità tecnica, ma dove anche la linea melodica è poco significativa. Molto Sabbathiana “A pentacle”, altro brano minore per essere troppo derivativo, funzionante nella ritmica e nei riff ma non nella linea vocale della prima parte; i cori, per esempio, dovrebbero essere più energici, e infatti la voce migliora nella seconda parte quando si fa meno timida. Un brano come “Rituals in the Catacomb” (il peggiore del disco) viene salvato da una alzata d’ingegno, cioè con il breve ponte epico tastieristico che meglio sviluppato avrebbe sollevato il valore dell’episodio. Buona alzata d’ingegno anche per “Black Chain of Death”, grazie alle tastiere finali fortemente evocative; per l’assolo chitarristico va detto che sarebbe riuscito a stagliarsi sopra a tutto se non fosse stato soffocato dalla tipologia di registrazione (è grazie a questi due elementi che la song non è risultata anonima avendo purtroppo riff e linea vocale poveri).

 

E’ naturalmente la chitarra il personaggio principale della band, la voce però spesso sa porre se stessa in luce dentro il songwriting, anche se penalizzata dal lavoro di produzione. Altre volte pare che ci si accontenti, pare infatti che vi sia poco impegno ideativo, appiattendosi come a voler lasciare la parola alla sei corde perché magari il riff è azzeccato. Quando i membri della band osano, i risultati sono chiaramente migliori. Non bisogna lasciare tutto in mano alla chitarra, e qui ritorna la questione delle tastiere le cui caratteristiche mostrate fanno pensare che possano contribuire al miglioramento dei pezzi. Diciamo che vi sono dei deficit compositivi, però metà della evidente negatività del lavoro è dovuta alla produzione tecnica non qualitativa. Album che raggiunge un po’ più della sufficienza grazie ad una ispirazione certamente presente, ma che ha bisogno di maggiore concretezza. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Marco 5,1-20

02.  The Bishop

03.  Albertus Albertus

04.  Proculo’s Vial

05.  Rituals In The Catacomb

06.  A Pentacle

07.  Furcas And The Philosophem

08.  Black Chain Of Death

 

Magister Notte VIII – vocals / bass / keyboards

Monk From The Terror Cathedral – guitars

La Rosa Di Satana – drums / backing vocals

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