Orphaned Land

                                                                                                    Unsung Prophets & Dead Messiahs

                                                                                                    Century Media

                                                                                                    www.orphaned-land.com

 

 

Mi sono innamorato di questo album al primo ascolto. La magia è totale.  Ma forse è difficile parlare di genere Progressive in quanto il lato folkeggiante è divenuto preponderante sebbene di matrice del tutto orientale. Un altro cambiamento rispetto al passato è la durezza di questo Metal che è venuta diminuendo di molto. Ma la bellezza e la sinuosità estetica sono salite di intensità, generando un’opera di alto livello artistico.

La band decide, senza tanti preamboli, di iniziare con una suite dalla durata di 8’ e 8’’, si tratta di “THE CAVE” che è anche uno dei momenti più realmente Metal; è formata da diversi pezzi espressivi tutti ben relazionati fra loro, di esaltante caratura. La durezza maggiore si ha nella seconda traccia “We do not Resist” (contenente più growling di tutti) che però non è fra i migliori episodi.  Mentre “IN PROPAGANDA” si torna in alto verso una soffice malinconia rallegrata da momenti più solari. “ALL KNOWING EYE” appare come il pezzo più occidentale dell’album, nell’alveo della vera essenza Prog,  con la capacità di librarsi in aria. Ma è nelle situazioni più espanse che gli Orphaned danno il meglio della loro vena creatrice; è infatti l’altra suite “CHAINS FALL TO GRAVITY”  il secondo momento è più gustoso, con la dolce voce alla Anderson dei Jethro a donare sentimento.

Questa seconda suite però è meno orientaleggiante dell’altra, del resto qui c’è la partecipazione dell’ex-Genesis Steve Hackett (assolo chitarristico classicamente Prog). Più tipica della produzione Orphaned è “LIKE ORPHEUS” per il quale brano è stato deciso il video che racconta la difficoltà di interagire tra i popoli e nello stesso si indica il Metal come uno dei veicoli capaci di unire le persone fra loro in quanto arte come mezzo di integrazione; qui dentro c’è la collaborazione col cantante degli epici Blind Guardian, il tedesco Hansi Kursch, il che non cambia molto del suono globale del disco. La cattiveria Death dei vecchi O.LAnd si riaffaccia con l’interpretazione vocale dell’altro ospite Tomas Lindberg degli svedesi “At The Gates” in "ONLY THE DEAD HAVE SEEN THE END OF WAR" . Bella la ritmica di “Take my Hand”, condita di un riffing pesante, con l’unica pecca di essere fornita anche di una voce narrante poco efficace.

Il cantato è pulito ma è presente anche un assetto corale  quasi sinfonico. C’è del growl ma molto centellinato. La chitarra solista appare in poche parti ma ogni volta è affascinante. Peccato che Yossi Sassi non sia più chitarrista della band. Voto davvero alto per un lavoro curato ma anche sentitissimo. Si ha un respiro arioso e una ampiezza atmosferica che unisce eleganza e tecnica in modo compiuto, con pathos emozionale vibrante. Come al solito i messaggi  che i testi portano vanno verso i soliti concetti di integrazione fra i popoli tanto cari al gruppo; parlando dell’incapacità di amare, di come la voce della pace rimanga un suono inascoltato e di come ci chiudiamo nei nostri mondi personali quando la realtà è un’altra. L’essere etnici può rendere l’espressività piuttosto limitata, ma gli Orphaned Land riescono sempre a sfuggire alle trappole stilistiche grazie alla grande sensibilità umorale che tirano fuori.

La voce di Kobi Farhi è melodiosa; assomiglia spesso a quella di Anderson dei Jethro Tull, e come in lui, tale vocalità lo fa apparire un menestrello (nel suo caso menestrello della terra d’oriente e non delle terre celtiche). Sesta esperienza di full-lenght dal 1994 per questo gruppo israeliano che non è mai superficiale, in grado di costruire sempre qualcosa di pregnante dal punto di vista musico-culturale dove però la musica rimane costantemente essenza centrale. Forse i metallari più puri non gradiranno questa scelta di morbidezza, ma per chi ama scenari meno selettivi l’album apparirà pieno di gemme preziose.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  The Cave

02.  We do not resist

03.  In Propaganda

04.  All knowing Eye

05.  Yedidi

06.  Chains fall to Gravity

07.  Like Orpheus

08.  Poets of prophetic Messianism

09.  Left behind

10.  My Brother’s Keeper

11.  Take my Hand

12.  Only the Dead have seen the End of War

13.  The Manifest – Epilogue

 

Kobhi Farhi – vocals

Chen Balbus – guitars

Uri Zelcha - bass

Matan Shmuely - drums

 

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