Fleshgod Apocalypse

                                                                     Labyrinth

                                                                     Nuclear Blast

                                                                     www.fleshgodapocalypse.com

 

 

 

Di ritorno da un ciclo di tournee durato ben 2 anni, durante i quali hanno promosso la precedente uscita “The Agony” condividendo il palco con molti grandi nomi della scena mondiale, i Fleshgod Apocalypse si gettano a capofitto nella composizione di un nuovo album, il terzo della carriera nonché seconda uscita ufficiale per Nuclear Blast Records.

“The Agony” aveva rappresentato una svolta per il gruppo italiano, che proprio in quel frangente aveva ampliato ed arricchito la componente sinfonica della propria proposta, rilasciando così un lavoro meno guitar-oriented e ritmico rispetto all’ottimo debut album, “Oracles”. “Labyrinth”, dove possibile, cerca ulteriormente di aggiustare il tiro, andando anzitutto a coprire le pecche in fase di mixing dell’album precedente dove le chitarre risultavano eccessivamente schiacciate dalla mole immensa di strumenti presenti: stavolta invece, basso e sopratutto chitarre riacquistano presenza e corpo in quantità, riuscendo quindi nella difficile impresa di unire l’impatto brutale dei pezzi degli esordi, alla maestosità e complessità dei brani appartenenti al recente passato.

Oltre a questo, “Labyrinth” presenta tutte le caratteristiche necessarie per poter parlare di evoluzione artistica all’interno di un gruppo: fin dalle prime battute infatti, oltre alle oramai tipiche e riconoscibilissime scale e progressioni dei Nostri, si percepisce un’atmosfera diversa, un parziale abbandono della furia che caratterizzava “The Agony”, in favore di soluzioni più dilatate, contemplative e ragionate.

Il lavoro di Francesco Ferrini al pianoforte e alle orchestrazioni è più coeso al riffing della coppia Riccardi-Trionfera, che dal canto loro non soffocano i momenti più ariosi delle composizioni, che vanno così a raggiungere in alcuni momenti picchi di tragicità, nel senso letterale del termine, davvero impressionanti. Completamente diverso è anche l’approccio di Francesco Paoli dietro le pelli, che in linea con il cambiamento generale del gruppo, ridimensiona di molto l’utilizzo del blast beat, tempo principe in “The Agony”, valorizza l’uso di middle-tempos e partiture comunque virtuose ma spesso votate più all’esaltazione delle atmosfere che non alla velocità cieca come in passato.

“Kingborn” e “Minotaur”, i primi pezzi in scaletta, nonostante le innovazioni dette fin’ora, risultano due pezzi belli e coinvolgenti, ancora però abbastanza legati alle soluzioni per le quali il gruppo ha fatto tanto parlare di sé: la prima ad esempio, dopo un intro molto epico e solenne, si scatena prima in un blast beat liberatorio, e poi in un interessantissimo tema musicale sviluppato dal pianoforte di Ferrini, su cui il resto della band intesse una fitta trama di fraseggi chitarristici, pattern ritmici molto corposi e la voce rabbiosa e profonda di Riccardi, che spesso nel corso del platter, verrà alternato da una voce femminile che, seguendo il concept dell’album, rappresenta la voce femminile della figura di Arianna.

Le tematiche infatti, ruotano tutto intorno al mito di Teseo e il Minotauro, scelto dalla band come metafora della continua ricerca di sé stessi, insita intimamente nell’animo di ogni essere umano: continua quindi è viene nuovamente approfondita sotto altri punti di vista, l’attenzione dedicata dai Fleshgod Apocalypse per le diverse sfaccettature dell’anima, dell’essere umano e dei meccanismi psicologici che sottendono alla sua personalità. In questa ottica, Teseo rappresenta il personaggio positivo, l’eroe che si fa carico del proprio passato e delle proprie discendenze per espiare le colpe del padre, mentre il Minotauro incarna le paure di ognuno, di scavare realmente nella propria interiorità, racchiuso in un labirinto che è metafora del difficile e spesso imprevisto percorso che ogni persona compie dentro di sé ed in rapporto con gli altri. Anche dal punto di vista concettuale e lirico quindi, “Labyrinth” si presenta studiato in tutte le sue sezioni, senza lasciare niente al caso e racchiudendo il tutto in una composizione coerente e lineare.

Tornando ai pezzi, “Elegy” giustamente scelto come primo singolo dell’album, vive sia di momenti più canonici per i Fleshgod, sia di alcune, prime, trovate davvero innovative. Ma è con “Towards The Sun” che i Nostri giocano davvero la carta della sperimentazione, confezionando il brano più imprevisto di tutti: l’impostazione vocale è davvero interessante e mai sentita prima, una sorta di “voce dannata” declamata e un po’ ringhiata ci introduce nel cuore della composizione, mentre sotto un motivo di pianoforte teso mantiene alto l’hype della song.

Anche i cori e le incursioni operistiche sono oggi molto più curate rispetto a prima, e devo dire che apprezzo sinceramente il gran ridimensionamento che hanno subito le voci “strillate” ad opera di Paolo Rossi, bassista del gruppo: se nel cd precedente infatti, esse risultavano invasive, troppo presenti e anche un po’ di cattivo gusto, oggi queste fanno capolino solamente in momenti sporadici, e nemmeno in tutte le canzoni, andando realmente ad impreziosire le composizioni. Ad ogni modo, da metà in poi, “Toward The Sun” risulta all’orecchio un tripudio sonoro notevole, con un bell’assolo di chitarra e degli acuti femminili molto suggestivi.

Anche “Pathfinder”, la canzone centrale dell’album, mostra con orgoglio i semi dell’innovazione e del progresso: basata su velocità insolite per il gruppo, abituato a viaggiare su bpm molto più elevati, “costringe” Paoli a modificare appunto il suo drumming, mentre il riff iniziale potrebbe quasi richiamare alla mente certe note trame power metal (!!), ovviamente declinate in pieno stile Fleshgod Apocalypse.

“The Fall Of Asterion” torna a picchiare duro, e dopo la breve pausa acustica di “Prologue”, la successiva “Epilogue” rallenta nuovamente il ritmo, proponendo un motivo davvero bello, grave e maestoso, probabilmente il più solenne tra tutte le canzoni: si riesce qua a mantenere un mid-tempo per gran parte della canzone, dimostrando realmente secondo me i passi in avanti che sono stati fatti in sede di songwriting. 

Nonostante le novità, il combo nostrano è ben attento a non spezzare i legami con i lavori precedenti e proprio come in questi, decide di mettere in penultima posizione “Under Black Sails”, un brano feroce e velocissimo, che, introdotto da dei minacciosi suoni di percussioni, torna in grande stile al blast beat, e dopo una virata centrale con assolo, torna ad annichilire fino al finale. Spetta alla titletrack, posta in chiusura, tirare le file di questo album iper-farcito, e si decide di farlo nella maniera più naturale possibile: uno splendido giro di piano ad opera ancora una volta di Ferrini, ci conduce tristemente all’epilogo, quello vero, di “Labyrinth”, sottolineando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’enorme apporto che questo compositore ha portato nel suono complessivo della band.

Come detto, alcuni angoli sono stati smussati in fase compositiva, rendendo il nuovo album meno aggressivo, sicuramente meno immediato: di primo acchito questo si traduce in ascolto se volete più pesante e difficoltoso, richiedente molta pazienza e soprattutto attenzione. Alla lunga però, il fascino di “Labyrinth” si mostrerà in tutta la sua completezza, permettendo non solo di ricordarsi bene le singole canzoni, ma di scoprire di volta in volta nuovi elementi, andando ad aumentare di molto la longevità del presente cd.

 

 

 

Edoardo De Nardi

 

01.  Kingborn

02.  Minotaur (The Wrath Of Poseidon)

03.  Elegy

04.  Towards The Sun

05.  Warpledge

06.  Pathfinder

07.  The Fall Of Asterion

08.  Prologue

09.  Epilogue

10.  Under Black Sails

11.  Labyrinth

 

Francesco Paoli- drums

Tommaso Riccardi- lead vocals and guitars

Cristiano Trionfera- guitars and backing vocals

Paolo Rossi- bass and clean vocals

Francesco Ferrini- Piano, Orchestration

 

 

 

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