Enslaved    

                                                                                                                 E

                                                                                                                 Nuclear Blast

                                                                                                                www.enslaved.no

 

 

I norvegesi Enslaved sono diventati più orecchiabili ma non per questo mancano le parti indigeste per chi non ama questo stile Black/Viking/Progressive Metal. Indigeste non vuol dire dure o pesanti, significa più che altro non commerciali pur dentro una certa morbidezza globale. Situazioni metallicamente oppressive ci sono ma sono solo una anima tra quelle rappresentate. L’alternanza vede due facce chiare non integrarsi ma scambiarsi di posto, rimanendo nettamente respiri distinti, poco coinvolti l’uno con l’altro, e forse questo è uno dei massimi punti critici dell’opera.La traccia iniziale, rarefatta ma anche marziale ed epica, è di ampia ariosità e presenta il suono di un album che non apparirà mai davvero virtuoso, scoprendo sempre carte atmosferiche, per quanto tecniche, di suggestiva raffinatezza. “STORM SON” infatti è aulica sebbene ossessiva, con una morbidezza intrinseca che la voce rasposa non lede; una suite di dieci minuti che non appesantisce la fruizione.

L’altra bella suite (otto minuti) è “SACRED HORSE” che mantiene un’anima calda, di densa corposità, dove le tastiere vintage regalano quel senso di eleganza che aumenta il tasso di magia e dove i cori, soprattutto l’ultimo, esalano un mantra da preghiera. La seconda più lunga suite dell’album (oltre nove minuti)“HIINDSIIGHT” è il momento più classicamente prog-rock, nel senso che si lega bene per una parte agli anni settanta, mentre per un’altra parte è un doom greve che viene screziato di growl cupo; nella parte prog il sassofono entra a giocare docilmente, senza elevato virtuosismo ma con azzeccato spirito per una song che vale l’ascolto grazie alla capacità di inglobare il fruitore, senza essere una vera novità.

Meno efficace “The River’s Mouth” per la sua ripetitività; uno buono spunto troppo monolitico anche se non ingombrante. La chitarra solista è il personaggio più bello di “Axis of the World” dove il cantato e la sequenza riffica non hanno insieme una grande eccellenza; le sei corde sia all’inizio che nel mezzo regalano invece una prova accattivante, ma in uno spazio troppo ridotto rispetto al tempo globale della prima parte. La seconda parte incrementa il tono epico ma spinto a lungo in una certa noiosa monotonia enfatizzata poi dal ritorno dello stesso tema iniziale. “Feathers of Eolh”, altra suite di otto minuti, è uno di quei brani che in passato sarebbe stato concettualmente considerato sperimentale, ma che oggi è una inutile riproposizione di antiche cose stantìe; anche la linea vocale non inserisce sufficiente pathos, rimanendo leggermente fredda. Si tratta di un modo di comporre che i compaesani “Borknagar” fanno meglio; il brano promette ma non decolla. Traccia del tutto inutile Djupet che è brano troppo poco esuberante e nello stesso tempo povero descrittivamente; si salva solo per la parte doom, lenta ed elefantiaca, che sarebbe stata la salvezza del lato più cadenzato se si fossero intervallati invece che stare divisi in un prima ed un dopo. Infine veramente fastidiosa la cover dei Royksopp che non c’entra niente con lo stile degli Enslaved, pessima scelta.

Questo quattordicesimo lavoro in studio dal 1994 non è sempre esaltante ma riesce ad avvolgere l’ascoltatore nei suoi paesaggi. Descrizioni fangose o suadenti, a volte ipnotiche, descrivendo una certa oscurità ambientale, fatta per far viaggiare la percezione umana. La descrizione si pone in modo circolare ripetendo a lungo le frasi sonore, senza rendere mai difficile il lato prog, anzi innestando chitarre e voci su una struttura semplice. Non ci si perde in eccessive evoluzioni, ma nell’insieme possiamo parlare di luci ed ombre. Le ombre non sono reali perdite di fascino, però alcuni punti sono critici e non sostengono a dovere il songwriting.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Storm Son

02.  The River’s Mouth

03.  Sacred Horse

04.  Axis of the World

05.  Feathers of Eolh        - Daniel Mage - flute

06.  Hiindsiight                  - Einar Kvitrafn – vocals;   Kjetil Moster - sax

07.  Djupet                         - Iver Sandoy – drums

08.  What Else is there? Royksopp cover

  

Grutle Kjellson – vocals / bass

Ivar Bjornson – guitars / keyboards /vocals

Hakon Ninje – keyboards / vocals

Arve Isdal - guitars

Cato Bekkevold - drums

FOLLOW US

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione