Black Country Communion

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Siamo al quarto capitolo, nel 2017, di una discografia iniziata nel 2010. Trattasi del supergruppo formato da due personaggi di spicco come il chitarrista Joe Bonamassa e l’ex-Deep Purple Glenn Hughes. Poi c’è il figlio di Bonham e un tastierista comunque di fama per quanto non mito come gli altri due. Finalmente hanno ritrovato la magia fra loro e hanno sfornato un altro lavoro degno di nota. In realtà è una flessione artistica rispetto alle tre prove precedenti, ma pur sempre un Hard Rock tonico e sentito.Sebbene Hughes abbia militato nella Profonda Porpora, molti riff sono LedZeppeliniani come nella prima calda traccia “Collide” e in “Love Remains”, nelle quali di certo Bohnam-figlio ci mette di suo nella ritmica perché ciò sia più veritiero possibile.

Sulla stessa linea “The Cove”, di cui un po’ forzata l’atmosfera verso il brano dei Led “Dazed and Confusion”, e quindi va posta fra i pezzi minori. “Sway” invece si pone a metà strada tra i Led di “Physical Graffity” e i Deep di Mark III. Anche qualche assolo di Bonamassa segue più le impronte di Page che quelle di Blackmore. “OVER MY HEAD” invece è più funkeggiante (ma restando coi piedi piantati nell’Hard Rock) ed è tra le migliori tracce per la sua maggiore freschezza data dall’anima leggera, e qui l’assolo è più Deepparpoliano ma risulta troppo breve.

Il pezzo davvero all’apice è quello scritto da Bonamassa, cioè la più cantautorale e mezza folk “THE LAST SONG FOR MY RESTING PLACE”, ed è strano per un album così Hard. Ma la voce di Joe è passionale e tutta la canzone si avvale di una atmosfera davvero magica e introspettiva; l’assolo risulta veramente ficcante quale uno dei migliori momenti del Joe virtuoso. Il suo testo parla del suonatore di violino del Titanic e forse da questo nasce la sua dolcezza (però mista a tonicità). Il pezzo più duro è “The Crow” che non evolve bene, lasciando urlare Hughes il quale in questo modo non ben modulato, appiattisce un po’ la traccia; qui la bellezza la troviamo nella parte solista dove il basso si scatena e dove finalmente troviamo un assolo serio di tastiera, sebbene non eloquentemente virtuoso. E la lineare “WANDERLUST” dal ritmo cadenzato conferma che il meglio di questo disco non sta negli episodi più pesanti ma in quelli dal rock più arioso.

La song più originale è “AWAKE” in cui si ritrovano i solismi più dinamici in duetto tra tastiere e la sei corde. L’album alla fine si presenta solo per metà davvero forte, e la quinta traccia a raccontare di questa valida tensione emotiva è quella finale, “WHEN THE MORNING COMES”, che infatti conclude con la classica esternazione passionale che rende commovente la fine di un album, e così facendo decide, come sensazione tipica anni ‘70, che sia malinconico lasciare l’ascolto di questa band.

La maggior parte delle vocalizzazioni sono della sempreverde ugola di Hughes, ma anche Joe infila adeguatamente la sua. Va detto invece che i solismi sono troppo poco sviluppati, brevi e non sempre esaustivi, ed è chiaro quanto un sound come questo ne venga penalizzato. Quello che manca al disco è qualcosa che esca fuori con maggior veemenza e magari con maggior voglia di osare, però la classe è espressa a dovere e se non fosse stato così non avrebbe avuto senso un lavoro dei BCC.

Roberto Latini

 

01.  Collide

02.  Over my Head

03.  The last Song for my resting Place

04.  Sway

05.  The Cove

06.  The Crow

07.  Wanderlust

08.  Love remains

09.  Awake

10.  When the Morning comes

 

Glenn Hughes – vocals / bass

Joe Bonamassa – vocals / guitars

Derek Sherinian – keyboards

Jason Bohnam - drums

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