Quiet Riot

                                                                                                      Road Rage

                                                                                                      Frontiers

                                                                                                     www.quietriot.band

 

 

Nonostante il mitico chitarrista Randy Rhoads vi abbia militato e nonostante un disco da classifica come”Metal Heath” del 1983, gli statunitensi Quiet Riot sono sempre stati una band da considerare minore. Se si pensa poi che in questo disco sembrano più i Great White che se stessi, allora confermiamo il loro non poter vantare di essere una grande realtà. L’essenza rock è buona, divertente e riuscita, tutto ok per arrivare tra coloro che vale la pena di ascoltare.

Frizzante l’iniziale “Can’t get enough”, ottimo inizio sebbene non si tratti di pezzo da novanta. “GETAWAY” è un bel middle-time alla Aerosmith, con due assoli fluidamente azzeccati, ma certo la voce roca alla Tyler l’avrebbe resa più tonicamente aggressiva. Funzionante la maggior durezza di “WASTED” anche se non supera il livello di guardia, ma almeno dà il gusto di battere il piede e muovere la testa; probabilmente l’episodio migliore del disco.

Di un certo fascino “Still Wild” che lascia un po’ di spazio alla sporcizia stilistica mescolandolo con un ritornello alla Def Leppard quale apparizione momentanea di orecchiabilità ruffiana; e poi arriva un bel suono chitarristico dell’assolo ma non si riesce mai ad alzare davvero il grado compositivo oltre un certo livello. Niente male la lineare “RENEGADES”, dall’assolo serioso, ma il difetto è sempre la cifra di aggressione puntualmente sottotono soprattutto a causa della voce da ragazzino di buona famiglia. Buona ritmicità di “Make a Way” e nulla più.

Commercialità svenevole e di bassa lega nella melodia di “Freak Flag” che migliora come carattere nel ritornello, dove però sembra plagiare qualcosa. Troviamo anche dell’inutilità come nell’acquosa “Shame”. Stranamente la ballata “The Road” è migliore di  quello che ci si aspetterebbe, è nello stile di Bon Jovi e funziona, ma di certo non è un capolavoro visto che esegue un modello standard. L’esempio di come la tradizione può funzionare è nella finale “KNOCK’EM DOWN”” che è un po’ più frizzante della media del disco, in una americanità tutta giocosa e rolleggiante; ma anche qui si poteva tirare fuori maggiore carattere.

Il suono è un po’ troppo limato, diminuendo il tasso di sporcizia che song come queste meriterebbero. Uno Street Metal poco pericoloso sebbene contenga una certa classe. La voce stessa è gentile, eccessivamente dato che ci sarebbe voluta più cattiveria, fortuna che sa usare anche acuti espressivi. Molti ritmi medi dando l’idea che la velocità non sia nelle loro corde. Insomma, sembra che la plastica abbia avuto la meglio sulla roccia (rock), flirtando come figli di papà piuttosto che come veri rocker.

Il merito dell’album c’è, e sta nell’aver voluto far rivivere una scintilla hard anni ’70 che ricorda  l’anima sex and beer dell’America (classica, per esempio, la tradizionalista “Roll this Joint”). In effetti l’ascolto fluisce con un minimo di piacere, ma non si riesce mai a toccare l’ascoltatore con un fremito di brivido. La Frontiers trova nuove band di rilievo dal pedigree ancora da formare, davvero gustose, chicche di valore, e poi si affida anche a nomi altisonanti che però nei nuovi loro lavori a volte non valgono la fama che portano, vedi questo disco come anche quello dei Crazy Lixx (che però è peggio di questo).

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Can’t get enough

02.  Getaway

03.  Roll this Joint

04.  Freak Flag

05.  Wasted

06.  Still Wild

07.  Make a Way

08.  Renegades

09.  The Road

10.  Shame

11.  Knock ‘em down

 

James Durbin - vocals
Alex Grossi - guitars
Chuck Wright - bass
Frankie Banali - drums

 

 

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