Coram Lethe

                                                                       Heterodox

                                                                       Buil2Kill Records

                                                                       www.myspace.com/coramlethe

  

 

 

 

Ci hanno messo del tempo, ma alla fine sono tornati e lo hanno fatto probabilmente nel migliore dei modi possibili: a tre anni di distanza da “…A Splendid Chaos” i Coram Lethe pubblicano nuovo materiale, ancora una volta diverso, stratificato, figlio dei cambiamenti interni alla band: per la terza volta infatti, il gruppo toscano ha dovuto far fronte all’avvicendarsi dietro al microfono di un nuovo cantante, necessitando quindi del tempo dovuto per “familiarizzare” e sfruttare al meglio le caratteristiche della nuova voce rispetto al versante strumentale della loro musica. Le innovazioni in “Heterodox” non mancano certo, e vengono interpretate con padronanza ed incredibile varietà stilistica all’interno dei pezzi.

Partendo da una solida base death metal melodica delle origini, i Coram Lethe oggi tingono la propria proposta di sfumature progressive, a tratti heavy o persino fusion, senza disdegnare passaggi vicini al black metal più crepuscolare e sperimentale di band come Primordial o Enslaved. La fluidità dei passaggi da un genere ad un altro è talmente elevata che risulta davvero difficile catalogare questo album entro sotto-generi precisi e calzanti: credo sia giusto parlare in questo caso di “metal” nel senso più ampio del termine, cercando in questo modo di racchiudere l’enorme spettro di influenze che la band mette in mostra sull’album.

In ogni caso, il nome tutelare che più sembra aver condizionato l’operato alle chitarre di Fusi e Occhipinti è certamente da ricercarsi nei Mastodon, soprattutto del periodo “Blood Mountain”/“Crack The Skye”. Il gusto per le unioni imprevedibili di riffs, le melodie nervose così come i repentini passaggi hard-stoner che talvolta si affacciano nei brani, rimandano indubbiamente al quartetto di Atlanta, senza però che questo valga come elemento negativo nel valutare “Heterodox”.

Non stiamo parlando di ragazzini di primo pelo, ma di musicisti che riescono ad attualizzare il proprio sound, ampliando i propri ascolti e quindi il proprio songwriting, senza dimenticare l’esperienza accumulata in fase di arrangiamento, rifinitura e cura dei dettagli. Nel cambiamento di pelle avvenuto nei Coram Lethe, gioca d’altronde una buona parte anche l’apporto del nuovo entrato Gabriele Diana (Hyaena Rabid), che grazie alla versatilità del suo cantato, riesce ad adattare ottimamente le lyrics alle continue evoluzioni della chitarra e del comparto ritmico, utilizzando ora un cantato più urlato caro a molte realtà Sludge americane ed europee, ora un’impostazione più classicamente orientata su di un growl profondo e cavernoso.

“Hypnomagik” gioca subito con atmosfere tribali ed ancestrali, impreziosita dal suggestivo intervento di didgeridoo, antico strumento a fiato australiano, che dopo averci introdotto nella composizione, tornerà enigmaticamente a fine brano. Il pezzo è un continuo susseguirsi di momenti di calma e rilascio di energia, con un bello stacco sul ritornello, interventi acustici di chitarra e scambi di batteria: è chiara l’intenzione di mostrare con orgoglio il nuovo corso intrapreso dalla band, senza dimostrare cedimenti negli oltre sette minuti di durata. “The Stench Of Extincion” e “Where The Worms Crawl” mostrano entrambe le facce della medaglia compositiva del quintetto: la prima è quella che mostra più legami col passato, risultando in effetti la canzone con maggiori richiami alla scena death anni ’90, mentre la seconda, partendo dalle stesse origini, cambia in corso il proprio aspetto, e dai growl ed i riff serrati dell’inizio, arriva progressivamente ad un assolo di chitarra tanto semplice quanto intenso e riuscito.

Convincono solo parzialmente invece le clean vocals ad opera di Fusi e del drummer Miatto, che in alcune occasioni sembrano fin troppo forzate rispetto alla loro estensione vocale.  Passando a “Bare” il suono si fa ancora più composito, per la canzone più “moderna” di tutto il platter: dopo un mid-tempo che apre un po’ l’atmosfera generale, il brano esplode in una virata fusion di pregevole fattura, dove tutti gli elementi, oltre che una validissima padronanza tecnica, espongono con gusto una conoscenza della musica tout-court ravvisabile, di questi tempi, in pochissime formazioni odierne. Merita in questo caso una menzione particolare il basso pieno e rotondo di Stiaccini, che con le sue linee vitali e pulsanti, costituisce il motore ritmico essenziale della band, insieme ovviamente al fantasioso drumming di Miatto.

Anche quando si torna a ripercorrere i passi precedenti in carriera, proponendo un riffing più roccioso e sostenuto, non viene mai meno un tipico gusto melodico che pervade l’intera release, amalgamando così senza intoppi il vecchio stile alle nuove correnti. “The Anticompromise” ispirata all’attitudine e alla tenacia della band circa le avversità che l’hanno sempre colpita, lo dimostra, anche se qualche volta l’inserimento di strutture più semplici e dirette avrebbe giovato alla dinamicità del brano e di tutto il disco.

“Light In Disguise”, la più bella del lotto in mio parere, parte incazzosa e marziale, fino al bridge/ritornello realmente da brividi, con assolo di chitarra ancora una volta di chiara scuola Hinds/Kelliher ed un climax sul finale che si infrange sullo screaming acido di Diana.

Non paghi, i Coram Lethe confezionano una vera “doom song” con “Waxed Seal”, che a cavallo tra i padrini Black Sabbath ed i vecchi Cathedral, ci offre, fra l’altro, un saggio di hammond, assoli di chitarra, basso e batteria che andrà a concludersi in uno sguaiato finale rock’n’roll! È tempo di concludere con la strumentale “Monolith Radiant”: un motivo ben noto si dipana lungo tutto il brano: si tratta di un omaggio ben poco velato a “Confortably Numb” dei Pink Floyd, su cui tutta la band canta in coro “Open Your Mind”. “Apri la tua mente”: loro l’hanno fatto, hanno rimesso in discussione il passato senza rinnegarlo, cercando nuove vie d’espressione in correnti moderne, senza però risultarne una semplice copia senza personalità: la nuova strada intrapresa piace e convince, ed esclusa qualche piccola limatura strutturale, “Heterodox” ci riconsegna una band al top della sua forma.

 

 

Edoardo De Nardi

 

01.   Hypnomagik

02.   The Stench Of Extincion

03.   Where The Worms Crawl

04.   Bare

05.   The Anticompromise

06.   Light In Disguise

07.   Waxed Seal

08.   Monolith Radiant

 

 

Gabriele Diana- Lead Vocals

Leonardi Fusi- Guitars, Piano and Vocals (Clean)

Francesco Miatto- Drums, Percussions and Vocals (Clean)

Filippo Occhipinti- Guitars and Vocals

 

Federico Stiaccini- Bass  

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