Burzum Sol Austan, Mani Vestan

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                                                                                  Burzum

                                                                                  Sol Austan, Mani Vestan

                                                                                  Byelobog Productions

                                                                                  www.burzum.org

  

 

 

 

Le vicende passate di Varg Vikernes, in arte Burzum, sono note più o meno a tutti, ed hanno rappresentato da sempre un elemento inscindibile nella valutazione che fans, ma anche detrattori, hanno poi elaborato su di lui: gli esordi solisti in “Burzum” e “Det Som Engang Var”, considerati seminali per la cosìdetta seconda ondata di black metal scandinavo, la burrascosa presenza nei Mayhem, con i quali incide l’ormai leggendario “De Mysteriis Dom Sathanas” e l’omicidio del chitarrista e mastermind della band Euronymous.

Poi i lunghi anni della galera, dove Burzum continua a scrivere musica e pubblicare album: si attua una svolta nel suo sound, abbandonando quasi totalmente gli strumenti elettrici e dedicandosi all’evocazione di antiche saghe nordiche tramite il solo utilizzo di tastiere e sintetizzatori. Nel 2010 poi, Vikernes esce di prigione, e dopo essersi stabilito con la propria famiglia in una fattoria norvegese, torna a lavorare alacremente al suo progetto musicale, incidendo, fino ad oggi, un nuovo album ogni anno. Se i primi due lavori post-incarcerazione, “Belus” e “Fallen” richiamavano palesemente le sonorità dei primi celebri album, reinterpretandole comunque in maniera credibile e convincente, con il successivo “Umskiptar” le cose cambiano nuovamente e tutto l’amore che l’artista nutre per le proprie radici antropologiche viene alla luce con prepotenza; tutte le liriche dell’album infatti sono tratte da “Voluspa”, un antico poema norvegese che Burzum riporta fedelmente.

Proprio come quindici anni prima, a questa svolta epica nelle tematiche corrisponde un evidente cambiamento stilistico, passando nuovamente ad atmosfere lente e rarefatte, considerate perfette per veicolare gli oscuri messaggi dell’antico testo norvegese.

Con una certa trepidazione quindi, mi appresto all’ascolto del nuovo “Sol Austan, Mani Vestan”(traducibile in italiano con “A est del sole, ad ovest della luna”), curioso di sentire i nuovi sviluppi musicali dell’imprevedibile Varg. Basta in realtà l’ascolto dei primi due brani per capire rapidamente l’esito di questa continua evoluzione: partendo infatti dal già minimale “Umskiptar”, continuando nel processo di sottrazioni e tagli, il nuovo album risulta fin troppo scarno nella forma e povero nei contenuti, di una lunghezza decisamente eccessiva e riuscito in ben poche delle sue parti.

L’intro iniziale “Sol Austan” presenta delle tastiere celestiali che hanno il compito di “introdurci nelle tenebre” poiché questo è l’inizio del concept che Burzum ha elaborato per questo album: “Una discesa nelle tenebre, e la conseguente risalita verso la luce; l’iniziazione pagana, l’elevazione dell’uomo al divino, l’illuminazione dell’intelletto umano.” Concetti indubbiamente interessanti, ma non adeguatamente trasposti in musica: di questo processo catartico infatti, non vi è traccia nell’album, che scorre su di un piano superficiale e monotematico quasi imbarazzante per un personaggio in vista come Vikernes. Dalla seconda traccia in poi, si sussegue un unico tema musicale lento e ripetitivo, ampliato di canzone in canzone con qualche nota o accordo ed interrotto saltuariamente solamente da qualche intervento di tastiera, che nel concreto non fa altro che dilatare ulteriormente il phatos, rendendo in numerose occasione l’ascolto del cd una vera e propria impresa.

Nessuna distorsione, nessuna voce, nessuna variazione a spezzare l’incedere soporifero dei brani, peraltro dal minutaggio medio piuttosto elevato. Burzum avrebbe voluto scrivere un album riflessivo e contemplativo, creando in realtà una serie di “canzoni” senza capo ne coda. Va sicuramente considerato il fatto che il presente full-lenght è stato composto come colonna sonora per il mini-film “Forebears”, realizzato –indovinate un po’!- da Marie Cachet, moglie dell’artista, insieme a quest’ultimo, e che quindi il materiale sonoro deve essere associato alle immagini del film, peraltro piuttosto intenso e ben realizzato. Sotto questa luce, diverse parti di “Sol Austan…” acquistano fascino ed interesse, risultando appropriate e coerenti rispetto alle immagini del video e al messaggio profondo che sottende a tutta l’opera. Tuttavia, questo non può essere sufficiente a giustificare una release discografica, quindi prettamente musicale, piena di lacune e di spazi vuoti.

Sono innumerevoli ormai i gruppi che, partendo dall’utilizzo di pochi e ripetuti input musicali, riescono tuttavia a creare musica stratificata e a suo modo “complessa” ed interessante all’ascolto: non è il caso di Burzum, che, spiace dirlo, pare si stia autonomamente chiudendo in un “mutismo” compositivo di ostica assimilazione e di scarsa qualità. Certamente non gli sono mai mancate le doti e le capacità per stupire e ridefinire completamente i propri canoni. Vedremo se in futuro riuscirà a produrre ancora musica degna della sua fama: per adesso, comunque, il risultato è povero ed insoddisfacente.

   

Edoardo De Nardi

 

01.   Sol Austan

02.   Runar munt pu finna

03.   Solarras

04.   Haugaeldr

05.   Fedrahellir

06.   Solargudi

07.   Ganga at solu

08.   Hid

09.   Heljarmyrkr

10.   Mani vestan

11.   Solbjorg

  

 

Varg Vikernes- All Instruments

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