Astral Doors

                                                                                                         Black Eyed Children

                                                                                                         Metalville

                                                                                                        www.astraldoors.com 

 

 

Stavolta nel nuovo disco, targato 2017, degli svedesi Astral Doors, c’è qualcosa che non funziona. Le song sono buone anche se non tutte allo stesso livello; alcune cose però non quadrano, lasciando infatti un po’ interdetti. Non si capisce perché, ci vogliono più ascolti per scoprire bene i punti deboli. Se nel mentre le canzoni si fanno piacere di più, ascolto dopo ascolto il senso di imperfezione permane e non lascia che il gusto possa essere massimale.

Un pezzo come “GOD IS THE DEVIL” funziona tra ritmica cadenzata e riff che in progressione portano ad un bel ritornello da cantare coralmente. Ma i pezzi migliori sono la suggestiva “DIE ON STAGE” che inizia con una tastiera morbidamente avvolgente alla Deep Purple, prima di far partire la ritmica solida, non veloce ma corposamente densa, perfetta in sede live; e l’evocativa “TOMORROW’S DEAD” che col suo tempo medio dona magia ed una vibrante emozione. Brano veloce solo uno, cioè “Good vs Bad, ma non eccelle per originalità. Tra le minori, non male “Slaves  to Ourselves” per la sua ferma incisività. Riesce anche l’epicità di “Black Eyed Children” senza realizzare sorprese, ma comunque ben costruita. Male mettere “JESUS CHRIST MOVIESTAR” come bonus, visto che è un riuscitissimo pezzo avvincente; una boccata d’aria che appare eseguita in modo molto più naturale degli altri.

La voce talvolta appare un po’ forzata, altre volte troppo invadente, coprendo le singole canzoni senza lasciare scorrere un po’ da sola la parte strumentale. Nella linea vocale, lo sforzo di essere per forza personali riesce a metà. Ma c’è dell’altro, l’attenzione alla cura del cantato non appare totale, a volte certi passaggi non scorrono lisci. La cosa si denota, per esempio, in “SUBURBAN SONG” che, per quanto si ponga tra le migliori, ha proprio questo difetto; altro esempio in tal senso potrebbe essere “Lost Boy”. Sembra che ci sia stata una certa frettolosità nella registrazione e nella concezione dei brani.

Non assoli memorabili, tutti che assolvono semplicemente al loro ruolo di ampliamento strutturale, mentre avrebbero potuto osare di più (ma anche Ronnie James  talvolta frenava i solismi). In effetti lasciare libero il tastierista avrebbe giovato, dato che in quel poco che gli è concesso sembra più ispirato del chitarrista. Alla fine niente esce dalle righe, anche se si percepisce una personalità che non ricalca sempre per forza James Dio, per quanto il carattere sia quello, con una voce dal timbro non bello rotondo come il defunto, ma che gli sta vicino.

Usare il termine derivativo forse è troppo per il loro sound, ma spesso qui, l’atto di ricalcare certi passaggi è eccessivo, per un album che diventa uno dei meno riusciti della band. Eppure il lavoro appena precedente, quel “Notes from the Shadows” del 2014, aveva uno spessore ben diverso. Era anche più vario (agganciandosi a stilemi tipo Whitesnake; Accept), ma soprattutto più curato nonostante alcune espressività grezze, che però valevano esteticamente. Non una caduta, ma una flessione, che difetta di ispirazione. Questi sono gli Astral Doors odierni, band che presenta ancora una volta l’amore per la storia dell’Heavy Metal più classico, stavolta con una minore scioltezza.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  We cry Out

02.  Walls

03.  God is the Devil

04.  Die on Stage

05.  Tomorrow’s Dead

06.  Good vs Bad

07.  Suburban Song

08.  Lost Boy

09.  Slaves to Ourselves

10.  Black Eyed Children

11.  Jesus Christ Moviestar (Bonus T.)

 

Nils Patrik Johansson – vocals

Joahchim Nordlund – guitars

Mats Gesar – guitars

Jocke Roberg – keyboards

Ulf Lagerstrom – bass

Johan Lindstedt - drums

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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