Six Feet Under

                                                                                   Unborn

                                                                                   Metal Blade Records

                                                                                  www.sfu420.com

 

 

 

 

Inarrestabili, a solo un anno di distanza da “Undead”, tornano I Six Feet Under con un nuovo album, “Unborn”, legato concettualmente al precedente. Potremmo stare per ore a questionare sull’utilità delle ultime releases dei Nostri, che dopo le prime uscite a metà/fine anni ’90, sembrano aver perso inesorabilmente quello smalto e quella freschezza nel songwriting che permetteva quantomeno ai primi lavori di non sfigurare (troppo) rispetto alle coeve uscite del settore. Impuntatosi invece sull’idea di voler rappresentare a tutti i costi gli “AC/DC del death metal”, Chris Barnes continua a cambiare la line-up del suo gruppo, cambiando sfortunatamente poco o nulla nel risultato finale, rappresentato spesso da canzoni piatte ed inutili.

“Unborn” si inserisce senza differenza alcuna nel recente filone dei SFU, composto da canzoni scialbe, forzatamente semplici e ridondanti, con pochi, rarissimi momenti di reale ispirazione. Si cerca di mischiare un po’ le carte in tavola, inserendo qualche inserto di chitarre acustiche qua e là per approfondire il sound, o sfiorando talvolta la pesantezza claustrofobica del deathcore più atmosferico ma, di fondo, risulta davvero arduo lasciarsi entusiasmare da “Unborn”: il problema principale risiede indubbiamente nella qualità delle canzoni nel complesso, più che nelle prove dei singoli elementi, visto che per questo nuovo parto discografico Barnes ha deciso di circondarsi di alcuni nomi “storici” del panorama americano, dalla chitarra di Steve Swanson (ex-Massacre) a Kevin Talley, “drummer-prezzemolino” che ha prestato le sue doti ad un numero di formazioni sterminato in ambito brutal, death metal e grindcore, passando per il tecnico Jeff Hughell al basso fino alla “new sensation” del metal americano Ola Englund, saltato alla ribalta grazie alle sue celebri recensioni di chitarre ed amplificatori per chitarra!

Come dicevamo, le falle più corpose risiedono proprio nelle strutture delle canzoni, il più delle volte approssimative, scontate  e prive di quei guizzi compositivi necessari in un genere statico come quello dei Six Feet Under. Invece che a brani compositi, studiati e molto curati nei dettagli, sembra di trovarsi di fronte a delle demo song in fase di pre-produzione, tanta è la grossolanità e la negligenza dimostrata dalla scaletta dell’album.

Inspiegabilmente, sono proprio le canzoni più misere ad aprire la tracklist, con il terzetto iniziale “Neuro Osmosis”, “Propechy” e “Zombie Blood Curse”: le prime due infatti propongono un assemblaggio casuale di riff risentiti decine di volte, mentre la terza risulta addirittura imbarazzante con il suo andazzo death’n’roll che vorrebbe unire le ritmiche del death metal con strutture e tempi dell’hard rock, con risultati però a dir poco disastrosi! Si migliora lievemente verso la metà della scaletta, con “Decapitate” ed “Incision” che cercano perlomeno di inserire qualche vena inusuale nelle canzoni e qualche stop’n’go che doni dinamica alle composizioni.

La pacchia dura poco però: la prevedibilità di “Fragment” e “Alive To Kill You” è pronta a scatenare diversi sbadigli nell’ascoltatore, che proverà forse a seguire le linee di chitarra un po’ sinuose della prima o gli inattesi blast-beats della seconda per non addormentarsi del tutto durante l’ascolto. Emblematica, a mio giudizio, anche la durata media delle canzoni, quasi sempre circoscritta ai due minuti di lunghezza, sottolineando, se ce ne fosse bisogno, il terribile senso di provvisorietà e pressapochismo che pervade tutto “Unborn”.

La prestazione vocale di Barnes, certo lontana dai fasti dell’era Cannibal Corpse, risulta comunque accettabile, soprattutto nei brani in chiusura dove si cerca di giocare con metriche vocali un pelo più complesse rispetto alle solite filastrocche a cui il singer ci ha abituato negli anni. “The Sinister Craving” si erige a migliore del lotto, grazie principalmente agli stacchi atmosferici che le donano misteriosità, ma è davvero poco per poter accettare il disco con una sufficienza anche solo risicata: brani come “Inferno”, per quanto pensati appositamente per lo scapeggio in sede live, non possono essere accettati da una band e soprattutto da un frontman sulle scene ormai da oltre venti anni, che grazie all’esperienza maturata in questo tempo, dovrebbe essere capace di rilasciare materiale se non esaltante, quantomeno “di mestiere”, ma comunque accettabile almeno dai die hard fan del genere.

“Unborn” invece ci riconsegna una band preoccupata più di timbrare annualmente il cartellino della presenza per non scomparire definitivamente dalle scene, che non di creare musica spettacolare e di qualità: una band come i Gorguts ha dimostrato recentemente che il tempo tra una release ed un'altra non inficia affatto la qualità della musica registrata, anzi va forse persino a migliorarla, ma questo non è certo il caso dei Six Feet Under. Preferiremmo insomma da loro meno quantità, ma molta più qualità per il futuro. Rimandati.

 

 Edoardo De Nardi

 

 

01.   Neuro Osmosis

02.   Propechy

03.   Zombie Blood Curse

04.   Decapitate

05.   Incision

06.   Fragment

07.   Alive To Kill You

08.   The Sinister Craving

09.   Inferno

10.   Psychosis

11.   The Curse Of Ancients

 

 

Chris Barnes - vocals

Steve Swanson - guitars

Kevin Talley - drums

Jeff Hughell - bass

 

Ola Englund - guitars

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