Ghost Warfare Dusk Reloaded

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                                                                                                                                                             Ghost Warfare

                                                                                                                                                             Dusk Reloaded

                                                                                                                                                            Art Gates Record

                                                                                                                                                           www.ghostwarfare.com

 

 

 

Ci sono gruppi  che sono in grado di suonare in modo serio anche con una essenza eclettica quasi ironica. Questi bulgari , esordienti nel 2010, e oggi al loro terzo full-lenght, sono istrionici grazie alla capacità di mescolare tanti input e sono al contempo credibili riuscendo a modellare l’insieme in modo coerente. Che musica fanno? Il termine più azzeccato può essere l’Alternative MetalRock, essendo poliedrico il loro stile. Oggi Alternative non vuole dire più sperimentale, ma per descrizione funziona per una band che, comunque, nelle recensioni che troverete in giro viene citata come Doom; Occult; Gothic e persino Symphonic. Diciamo che questi generi si intromettono tutti nella creatività dei musicisti del gruppo, senza però che l’uso di tali termini risulti esaustivo. Dovremmo aggiungerci NewWave anni ’80; BlackMetal; Prog e PunkRock.

La prima traccia, “We are not…”, con una brevità di 2’18”, è il pezzo più rozzo dell’album. La sua New Wave d’epoca, tra cantato a grattugia e voce femminile acuta, dà già l’idea di essersi avvicinati ad un combo particolare per l’atmosfera decadente; risulta comunque il pezzo meno interessante dell’album (è anche quello suonato peggio). La capacità di unire Black Metal; melodia e plasticosità si ha con pezzi come “New Kingdom”. Ma l’atmosfera preponderante è quella gotica che spesso però non sta da sola, ciò evidente in “ANYTHING ILLUSION”, ottimo brano, dove la malignità vocale alla King Diamond (Mercyful Fate) si lega ad aperture sognanti. A dare un taglio gotico è più di tutto la voce femminile, appunto in questo brano come altrove, anche se in maniere diverse, da un goticismo crudo ad uno più rarefatto ed enfatico tipo i Delain. Se le arie sono quasi sempre dure, pure una certa melodiosità emerge di tanto in tanto, come bella contrapposizione, senza mai diventare soft. L’unica pseudo-ballata possiamo intravederla in “Et l’Amour danse tout ca…”, in cui la cantante usa la lingua francese con una leggera vena di sensualità, pure in un dipanarsi che esprime aggressività tramite

la voce maschile. Ma anche nella più pesante “DUSK” la voce femminile tocca un alto livello di evocatività, e qui viene dimostrato che però anche l’ugola maschile è in grado, pur sgraziata, di regalare pathos e forza gotica. Il Metal talvolta si stempera nel meno violento rock, e “BRS” lo sottolinea nel fare il verso a Chuck Berry con l’inizio di chitarra rock’n’roll che era di “Johnny be good” e con una ritmica sbarazzina, sebbene nel finale torni un metal crudo. I solismi ci sono, disseminati un po’ ovunque e raccontano di una certa raffinatezza anche se nascosta in una estetica solo apparentemente istintiva. “Following their last trip” contiene in effetti bei passaggi solisti dentro riff pesanti e chitarra dardeggiante.

Addirittura si incontrano assoli luminosi come in “Radioactivity”, che sarebbe in verità marcia e greve alla Necrodeath, ma che ci offre una ritmica allegra e saltellante, solo relativamente spezzata dal rallentamento. Alcuni episodi si normalizzano come avviene per la minisuite “KNOT”, che nel diminuire il tasso di stranezza compositiva del disco, fa capire quanto siano fondamentalmente bravi questi musicisti, che mantengono un ottimo livello di songwriting anche fuori dalla stravaganza. E in “Knot” viene inserito anche un pizzico di attitudine Prog, grazie ai riff e all’assolo, insieme al Doom (che ricorda nel cantato i Warhead umbri).

Un sentore prog si ha anche nel finale di “Fall” che però è mischiato al Jazz. Le tastiere non sono uno strumento basilare per i Ghost Warfare, ma quando lo usano lo mettono ben collocato, indispensabilmente al pezzo pensato; lo dimostra “Bells in the Wilderness”, brano metallico dalla verve quasi cinematografica, che sa equilibrare la pesantezza con un tastierismo di una certa chiarezza atmosferica, anche quando la velocità punteggiante si fa tesa.  Le parti strumentali sanno scorrere sia quando lunghe come in “Solar Insignia”, sia nella totalmente strumentale “Oh Happy Days” anche questa dotata di tastiere, anzi basata quasi del tutto sul pianoforte.

Brani brevi e lunghi. Il più corto è di 1’36” (“..slaves”) ed il più lungo 7’48” (“KNOT”), in una ampia capacità di gestire sia gli uni che gli altri. La parte musicale è davvero pregnante anche se non sempre virtuosa. Il tenore tecnico della produzione è antico, come il rock anni ’70, cioè con suoni sporchi e non digitali. E poi c’è tanta sostanza nel songwriting e negli arrangiamenti. Ma anche la capacità tecnica dei musicisti è adeguata, volontariamente artigianale, dove però si sente che sotto c’è la sostanza. La chitarra suona con tranquilla dedizione tramite riffing e giri chitarristici sempre interessanti; il basso si fa spesso avanti. Appunto bassi, ritmiche varie, riff ripetuti e variegati, molti assoli, voci che le provano tutte, coprono tanti elementi espressivi che è un miracolo che non sia un guazzabuglio. Lo stesso cantato è un mutare continuo: non c’è mai vero Growling, ma un cantato maschile acido e tagliente, con aliti anni ’80 uscendosene anche in modo pulito; un cantato talvolta poco musicale, con vago o netto senso punk alla Clash, magari mostrandosi sguaiata.

Voci pulite anche senza growl; vocalizzi stranianti. Senza contare la presenza dell’impostazione lirica soprattutto della voce femminile, ma anche di quella maschile, come si evince dall’ascolto di “Something wicked”. Nel complesso la band ha una tendenza alla teatralità, la voce arrochita gioca a farsi maligna, il Growling a rendere corposa la linea scura, se a volte c’è una presenza inquietante, altre volte si respira suadenza o desiderio di liberarsi. L’insieme non è mai solare o dolce, magari l’ossessività si stempera nella malinconia, senza piagnucolii. Essere estremi per loro non è suonare BlackMetal, non è approdare ad un mezzo stilistico, quanto incarnare il disadattamento o l’irrequietezza e la smania. Turbamenti calcolati, che prendono una forma espressiva non confusionaria, e che usano la vera essenza del rock per presentarla. 

 Roberto Sky Latini

 

01.  We are not…

02.  New Kingdom

03.  Anything Illusion

04.  Et l’Amour dans tout ca…

05.  BRS

06.  Following their last Trip

07.  Dusk

08.  Radioactivity

09.  Knot

10.  Bells in the Wilderness

11.  Solar Insignia

12.  Fields in the Nowhere

13.  Oh, Happy Days

14.  Something Wicked

15.  Fall

16.  …Slaves

 

Ganiela ganeva – female vocals / guitars / keyboards

Dimitar Naydev - male vocals / bass

Georgi latev – guitars

Nikolay Saraminev - drums

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