Jon Anderson & Roine Stolt Invention of Knowledge

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                                                                  Jon Anderson & Roine Stolt

                                                                  Invention of Knowledge

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Stolt, membro dei Flowers King e dei Transatlantic, è molto in ombra, mentre Anderson s’investe del ruolo di attore principale; in effetti le song sono molto cantate e l’album ricalca in massima parte lo stile Yes. L’arrangiamento è ricco anche di parti soliste ma molto dentro la struttura; il tutto manca invero di virtuosismo solistico estremo, cercando invece passaggi piuttosto leziosi, comunque pieni d’atmosfera. Davvero il sound alla Yes però dona sempre forte magia, capace di elicitare ambientazioni sognanti. I testi sono di Anderson, e questo è naturale, essendo il cantante, ma anche musicalmente tutto viene da lui.

L’album è diviso in tre parti, e ognuna di esse in più sezioni (eccetto la suite “Know”), tracce singole che vanno considerate però brani a sé stanti strutturalmente. E’ interessante notare come le sfaccettature alla Yes inserite qui dentro, in qualche modo ripercorrono la carriera della band stessa, con sonorità che possono essere tratte da dischi diversi della loro sublime avventura. Per esempio un po’ di “Tormato” si evince dalla ritmica della prima traccia “Invention”, mentre “We are Truth” ricorda un po’ la modalità dell’album “Anderson, Bruford, Howe, Wakeman”  del 1988, senza però riuscire ad essere memorabile come i brani di quel full-lenght. E poi da “Going for the One” pare esca la luminosa “GOLDEN LIGHT” e persino un accenno al primo album del 1969 con partr del cantato di “Knowing”. Mancano pezzi dinamici, favorendo compositivamente la sofficità e la dolcezza. “KNOWLEDGE” è uno dei momenti più belli, con la rotondità che fa affiorare certi ricordi del live “Yessongs”, attraverso un minimo di epica coralità e di rarefattezza tipica di quegli anni;  in un pezzo diviso perfettamente in due tra un minimo di dinamicità ed eterea morbidezza. Come anche la rotonda “EVERYBODY HEALS” piena di fascino, dove per altro Stone è un po’ se stesso con la chitarra solista e dove viene espressa anche una spolverata di gustoso jazz. Persino una brezza di bossa nova dentro l’inizio di “KNOW” che termina invece con una descrittività ridondante prettamente tradizionale per Anderson; nonostante sia solo parzialmente rock (io non amo la bossa-nova), è forse uno degli episodi più riusciti.

Non ci sono situazioni scattanti tipo “Don’t Kill the Whale” degli Yes del ‘78, e non ci sono ritornelli canticchiabili che rimangano impressi al primo ascolto. Possiamo cercare il difetto nella voce leggermente più afona di Anderson in alcuni momenti, o la poca essenza di sé che ci mette Stolt preferendo egli seguire le orme del gigante Steve Howe. Ma sono più pretesti per una critica a tutti i costi che la possibilità di minimizzare davvero un lavoro pieno e denso. Forse troppa riproposizione di uno stile già perfettamente codificato; per esempio in “Knowing” ci sono attimi in cui acusticità e cantato fanno automaticamente venire in mente la prima parte di “I’ve seen all Good People” degli Yes, anche se dopo cambia registro, finendo con una orchestrazione da colonna sonora. Ma in realtà l’ascolto prolungato e ripetuto finisce per lasciare ammaliato l’ascoltatore data l’ariosa soavità di questo Progressive-style. E’ una malìa che da sempre appare molto particolare nel sound degli Yes, e in pochissimi sono riusciti a seguirne la scia. Sembra che Anderson abbia voluto, con la complicità professionalissima di Stolt, ridonare quella atmosfera singolare che a nessun altro appartiene se non ai loro creatori. Quest’album è più Yes degli ultimi due capitoli degli Yes stessi (“Fly from Here” del 2011 e “Heaven & Earth” del 2014), e così appare più doloroso ripensare alla scomparsa nel 2015 di Squire, bassista e leader degli Yes, che non potrà più partecipare alla leggenda. Ma per quanto pseudo-Yes, questo album non è un disco degli Yes, ricordiamocelo, che qui, quella grandezza è solo sfiorata. No, in effetti non è un disco degli Yes.

Roberto Sky Latini

Un album insieme per due indiscussi protagonisti della scena progressive mondiale da molti anni a questa parte. Jon Anderson cantante storico degli Yes, uno dei gruppi più importanti nella storia della musica progressive anni settanta e Roine Stolt polistrumentista e leader dei Flower Kings oltre che attivo in numerosi altri progetti musicali. Si tratta di un lungo concept album diviso in quattro suite relativo all’argomento della acquisizione della conoscenza. Il disco si apre con “Invention” una ballata che inizia con chitarre acustiche, arpeggiate in stile Yes poi parte la voce di Jon Andreson che ovviamente ci riporta col pensiero ai fasti degli anni settanta.

 

La voce è molto brillante e accattivante. La canzone rimane su toni bucolici con coretti a più voci che si intersecano con le chitarre. Ogni tanto fa capolino la chitarra elettrica che per il momento rimane discreta, nascosta nel background della canzone. Brano fresco e originale improntato alle linee del progressive anni settanta ma senza diventarne una fotocopia. Lungo assolo di chitarra elettrica a metà della canzone che ci conduce a un cambio di ritmo. Il brano rallenta, arrivano le tastiere sempre a servizio della voce di Jon Anderson che conduce magistralmente lo svilupparsi della canzone. Nell’ultima parte della traccia diminuisce ulteriormente il ritmo, aumentano i coretti che contrappuntano la voce principale quasi come in una ballata medievale, un madrigale, con voci e chitarre. Il brano è molto bello per la sua atmosfera allegra e positiva.

 

Segue senza soluzione di continuità “We Are Truth” ancora con chitarre acustiche e spazi aperti, la splendida voce di Jon Anderson in primo piano, costruzione musicale semplice e lineare con gli strumenti ben amalgamati tra di loro a creare un insieme coeso e omogeneo. Bello il finale più lento e espressivo. L’ultima canzone della prima suite si intitola “Knowledge” e si snoda attraverso un impianto sonoro più potente e incisivo dei precedenti. Le tastiere sono più presenti creando un tappeto sinfonico alla parte vocale. Non ci sono lunghe parti musicali in questi primi tre pezzi del disco. Si tende a privilegiare le parti cantate che le parti strumentali. Questa caratteristica rende il disco diverso dagli schemi classici del progressive. Un disco più cantato che suonato.

 

Intrecci vocali e coretti la fanno da padrone anche in questo brano che ci porta alla seconda lunga suite di questo disco composta da due canzoni per una durata totale di oltre diciassette minuti. “Knowing” parte lenta per poi salire piano piano di tono in un crescendo di tastiere, rullate di batteria e assoli di chitarra. Sempre caratterizzato da tappeti di chitarre acustiche che creano la base su cui la voce di Jon Anderson si sbizzarrisce. Da questa struttura che si ripete di brano in brano si evince che più che un disco progressive questo lavoro punta ad essere un album in cui Jon Anderson può dare sfogo a tutta la sua bravura con Roine Stolt e gli altri musicisti quasi in secondo piano a creare le condizioni per cui la voce possa dare il massimo. Il rischio è di diventare prevedibili e ripetitivi in un disco così lungo dopo un certo numero di pezzi. Assolo di basso nel finale del brano che diventa rarefatto e impalpabile e ci porta lentamente alla canzone successiva “Chase and Harmony” che inizia semplicemente con pianoforte e voce, poi arrivano le chitarre acustiche e gli archi. Il brano assume una dimensione quasi sinfonica con gli strumenti che si amalgamano bene tra di loro creando un insieme compatto. Segue “Everybody Heals” che dà inizio alla terza porzione del disco. Il brano parte molto gioioso e bucolico, assolo di chitarra e poi inizia il canto. Ancora una volta una canzone dolce, con chitarre acustiche arpeggiate.

 

La traccia scorre via liscia, molto armonica e orecchiabile fino alla parte conclusiva in cui troviamo un leggero cambio di linea con atmosfere più rarefatte per poi riprendere la linea consueta e concludersi con un assolo di chitarra e pianoforte per trasportarci senza soluzione di continuità a due brani più brevi “Better by Far” e “Golden Light” che vanno a concludere la terza suite di questo lungo disco. Sono due tracce delicate e gentili con sensibilità musicale inconsueta che ci traghettano dolcemente verso l’episodio conclusivo dell’album intitolato “Know...” della durata di oltre undici minuti molto ben curato negli arrangiamenti e nella struttura musicale. Sottofondo sofisticato e particolarmente delicato a supporto della voce di Jon Anderson che si srotola ancora una volta magnificamente lungo tutta la canzone a tratti alternandosi a coretti con più voci. Cambio di ritmo. La traccia diventa molto lenta, gli strumenti lasciano il posto al pianoforte. Il canto si fa più malinconico e struggente. Breve assolo di chitarra seguito dalle tastiere che ci portano verso il finale della canzone che ci regala ancora un arpeggio conclusivo di chitarre acustiche, forse un velato omaggio agli Yes per chiudere in bellezza questa produzione discografica.

 

Si tratta di un album ben costruito musicalmente e con un’ottima registrazione. I brani danno parecchio spazio alle parti cantate sacrificando i lunghi passaggi musicali, tipici della musica progressive, che sono praticamente assenti. Per questo motivo non possiamo vederlo come un album di progressive classico, ma piuttosto come un disco in cui Jon Anderson ha la possibilità di esprimersi al meglio con la sua incredibile voce. Bravi i musicisti a creare le condizioni perché ciò avvenga generando tappeti sonori di tutto rispetto su cui la voce si può completamente adattare e sbizzarrire. La seconda parte dell’album rimane comunque più fiacca rispetto alla precedente. Da ascoltare con attenzione magari seguendo i testi per apprezzarlo nella sua completezza compositiva.

 

Pierluigi Daglio

01.  I - Invention of Knowledge

01.      Invention

02.      We Are Truth

03.      Knowledge

02.  II - Knowing

03.  4. Knowing

04.  5. Chase and Harmony

05.  III - Everybody Heals

06.  6. Everybody Heals

07.  7. Better by Far

08.  8. Golden Light

09.  IV - Know...

10.  9. Know...

 

Jon Anderson – lead and backing vocals, synthesiser, percussion

Roine Stolt – electric guitar, acoustic guitars, Dobro, Portuguese guitar, lap steel guitar, keyboards, percussion, backing vocals

Additional musicians

Tom Brislin – Yamaha C7 grand piano, Fender Rhodes piano, Hammond B-3 organ, synthesizers

Lalle Larsson – grand piano, synthesizer

Jonas Reingold – bass guitar, backing vocals

Michael Stolt – bass guitar, Moog bass

Felix Lehrmann – drums

Daniel Gildenlöw – backing vocals

Nad Sylvan – backing vocals

Anja Obermayer – backing vocals

 

Maria Rerych – backing vocals

 

 

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