Billy Sherwood Citizen

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                                                                            Billy Sherwood
                                                                            Citizen
                                                                            Frontiers
       

                                                                            www.billysherwood.com

 

 

 

Ottavo album in studio, a partire dal lontano 1999 con il suo disco di debutto intitolato The Big Peace, per Billy Sherwood, ottimo musicista e storico collaboratore a vario titolo degli Yes durante gli anni novanta con cui realizzò sette album in vesti diverse. Partecipò inoltre a numerose produzioni discografiche anche in qualità di produttore e di tecnico del suono. Il disco, che si avvale della presenza di numerosi artisti famosi in qualità di ospiti che si alternano tra le varie tracce, si apre con la title track “The Citizen” molto epica e sinfonica, di grande spessore musicale e cadenzata da una robusta linea di basso suonato magistralmente da Chris Squire. Molto presenti anche le tastiere soprattutto nella parte centrale del brano che dialogano con la chitarra elettrica. Suono pieno e incisivo in stile neo-progressive a creare un’atmosfera decisamente eroica. In realtà si tratta di un concept album che racconta la storia di un personaggio perduto che rinasce in diverse epoche nel corso della storia. Molto ben eseguita la parte vocale.

Segue “Man and the Machine” con un inizio molto moderno e per certi versi elettronico, con abbondante utilizzo di effetti sulla voce come echi, riverberi e compressioni. Brano molto sofisticato ed eclettico con la presenza dell’immenso Steve Hackett agli assoli di chitarra. Tastiere e sintetizzatori in primo piano, la voce di Billy Sherwood che ricorda spesso le cadenze mutevoli di Peter Gabriel. Canzone complessa da sentire parecchie volte per apprezzarne la struttura musicale e compositiva. Uno dei pezzi migliori dell’intero disco. Notevole l’assolo di chitarra nel finale ben supportato dal basso molto potente e nei giusti registri. “Just Galileo and Me” è una ballata che riprende alcune sonorità delle canzoni degli Yes in stile anni ottanta soprattutto per quanto riguarda i coretti a più voci spesso in falsetto. Brano gradevole e di facile impatto, con linea musicale semplice e ben bilanciata che scorre via liscio dall’inizio alla fine deliziandoci con un assolo di armonica. “No Mans Land è una canzone molto ben strutturata, in stile AOR, con coretti a più voci e con anima rock. Molto adatta per essere estratta come singolo per la sua immediatezza, la sua orecchiabilità e anche per la sua limitata lunghezza.

Voce sempre mutevole e filtrata da sapienti effetti elettronici. Piacevole assolo di chitarra elettrica nel finale con cambio di linea della parte cantata che va a riprendere le cadenze iniziali prima della conclusione. “The Great Depression” con i suoi otto minuti abbondanti è il brano più lungo dell’intero album. Si inizia molto lentamente con pianoforte e chitarra acustica. Lo straordinario Rick Wakeman alle tastiere. Linea melodica piuttosto interessante e svisate di pianoforte. Gradevole assolo di chitarra acustica, atmosfera country-folk e voce sempre in stile ballata degli Yes spesso sostenuta dalla chitarra elettrica in sottofondo. Cambio di linea melodica e parte centrale più ruvida e irrequieta, l’atmosfera si fa più cupa e tormentata. La chitarra si prodiga in svisate per poi riprendere la linea melodica iniziale nella seconda parte del brano.

Ottimo assolo di pianoforte e di tastiere di Rick Wakeman nella parte finale che rende il brano uno dei più interessanti dell’intero disco. “Empire” riprende ancora il tema della ballata ma in chiave maggiormente pop-rock, belli gli interventi al violino durante il corso del brano e i vari cambiamenti di ritmo e di cadenza che lo rendono originale e piuttosto eclettico. Ottimo il finale convulso con il violino in primo piano. “Age of the Atom” è il brano più hard rock del disco, con una batteria potente e un basso powerful a dettare la linea ritmica della canzone. Le sonorità sono spesso in stile AOR, di impatto immediato. Assolo di tastiere nella parte centrale ben supportato dal basso che le contrappunta. Finale a più voci in falsetto. “Trail of Tears” è una canzone molto orecchiabile, decisamente su atmosfere pop anni ottanta con qualche svisata più sofisticata nelle parti musicali. Un brano di transizione, ma di presa immediata, forse eccessivamente lungo, che ci porta verso “Escape Velocity” che parte subito forte con basso e batteria.

Cadenza musicale particolare, molto sincopata, con chitarre elettriche effettate. Il disco perde un pochino di mordente in questi ultimi brani che tendono a diventare troppo orecchiabili e di struttura musicale meno interessante. Lungo assolo di tastiere nel finale. “A Theory All It's Own” è sostenuta da un ottimo riff di basso che tiene in piedi tutta la struttura musicale della canzone. Tastiere in sottofondo con molti effetti elettronici, brano in stile AOR nella prima parte, mentre diventa più rarefatto nella seconda parte per poi riprendere sul finale le cadenze inziali. Gradevole assolo di chitarra nel finale ben supportato dalle tastiere. Il disco si conclude con “Written in the Centuries” un lungo brano di oltre sette minuti che parte con tastiere e chitarre acustiche, cantato a più voci su tonalità in falsetto. Assume a tratti le caratteristiche di una ballata folk acustica nello stile classico degli Yes per poi velocizzarsi e diventare più rock con basso e batteria che aumentano di ritmo e di potenza prendendo il sopravvento sugli altri strumenti. Un brano eclettico dai due volti, il primo dolce, lento e bucolico, il secondo più convulso e frastagliato. Una degna conclusione per un album decisamente interessante, con sonorità tutte da scoprire e da cogliere nella loro essenza. Ancora un cambio di ritmo nel finale del brano con il basso in forte evidenza e la chitarra elettrica che ci accompagna alla fine della canzone con un lungo assolo. Disco che va valutato nel suo insieme, trattandosi appunto di un concept album, e non quindi per le singole tracce. Si tratta di un album sofisticato, di non facile ascolto, che va sentito più volte per essere assimilato nel modo giusto. Billy Sherwood si conferma un compositore di talento e un ottimo musicista.

Fatto testimoniato anche dalla nutrita presenza di grandissimi musicisti come ospiti nelle varie tracce del disco. Forse alcune canzoni sono tirate a una lunghezza eccessiva senza una effettiva necessità, come nel caso di “Age of the Atom” e “Trail of Tears”. La prima parte dell’album si rivela più interessante mentre nella seconda assistiamo a un lieve calo di tono. Una bella prova comunque dal punto di vista creativo, compositivo e musicale che deve essere ascoltata con attenzione e con dedizione per apprezzarne la vera natura e l’indiscutibile valore.

01. The Citizen
02. Man and the Machine
03. Just Galileo and Me
04. No Mans Land
05. The Great Depression
06. Empire
07. Age of the Atom
08. Trail of Tears
09. Escape Velocity

10. A Theory All It's Own
11. Written in the Centuries

Billy Sherwood - drums, bass, guitars, keyboards, vocals


With:

 


Rick Wakeman (Yes) - keyboards (5)
Jordan Rudess (Dream Theater) - keyboards (9)
Tony Kaye (Yes, Circa) - keyboards & Hammond Organ (1)
Geoff Downes (Yes, Asia, DBA) - keyboards (7)
Chris Squire (Yes, Squackett) - bass (1)
Steve Hackett (Genesis, Squackett) - guitar solo (2)
Jerry Goodman (The Mahavishnu Orchestra) - violin (6)
Steve Morse (Deep Purple, Dixie Dregs, Flying Colors) - guitar (4)
Patrick Moraz (Yes, The Moody Blues) - keyboards (8)
John Wesley (Porcupine Tree) - guitar (10)
Colin Moulding (XTC) - vocals (3)
Alan Parsons - vocals (6)
Jon Davison (Yes, Glass Hammer) - vocals (11)

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