Intervista a Gianni Togni

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Ciao Gianni. Sono un pochino emozionato a parlare con te. Ti seguo dagli anni ottanta e per me sei sempre stato un riferimento nella musica italiana. 

Un disco nuovo dopo quasi nove anni di silenzio. Avevi di nuovo “bisogno di parlare” ?

In realtà il silenzio è dovuto al fatto che ho scritto musical e ho prodotto per altri artisti quindi sono stato dietro alle quinte ma, insomma, di musica mi sono sempre interessato. Sai oggi, purtroppo, il problema culturale è che se non vai in televisione e non passi per radio sei in silenzio. In realtà non è così. Ho scritto “Poveri ma belli” che è stato un musical di grande successo e poi ho fatto il Musical Europa Festival che è stata un’esperienza molto bella e che continuerà in altre città d’Italia. La prima è stata a San Benedetto del Tronto. Ho già delle altre alternative e poi ho prodotto molti spettacoli e dischi per Massimo Ranieri che considero uno dei più grandi performer in Italia e questo mi ha dato la possibilità di migliorarmi, di imparare tante cose. Stando dietro le quinte e non sotto i riflettori hai la possibilità di maturare, di capire tutti i meccanismi sia di uno spettacolo teatrale che di una sala di incisione e oggi sono molto più padrone delle macchine che devo usare per incidere e degli spazi e dei meccanismi che riguardano uno spettacolo teatrale. Quindi diciamo che alla fine “Il bar del mondo” è venuto fuori grazie non solo alla conoscenza musicale di altri, alla lettura di libri a cui mi sono dedicato con più passione rispetto al passato, ma anche perché ho saputo utilizzare tutti i mezzi a mia disposizione. 

Il disco sembra quasi essere un lungo racconto, una lunga suite da sentire tutta in un fiato
senza soluzione di continuità. Ti sei ispirato ai concept album degli anni settanta ?

Certo ci sono dei riferimenti sicuramente ai King Crimson, anche se non ho mai utilizzato tastiere, non ho usato campionatori e cose del genere ma un’orchestra sinfonica di sessantasei elementi e un bel gruppo rock con l’aggiunta di fisarmonica e violino. Mi sono ispirato anche alle nuove generazioni indipendenti tipo Wilco, Ryan Adams, Jonathan Wilson, Beck e così via. Ho messo dentro anche la mia conoscenza da collezionista di vinili, della musica che secondo me è stata la più travolgente che va dal 1963 al 1973, anni d’oro per quanto riguarda il panorama delle nuove idee. Mi sono rifatto anche agli Who, a C.S.N.&Y. e così via insomma. Logicamente quello che avevo nella mente l’ho messo. C’è un fil rouge in tutto il disco e questo mi ha dato la possibilità di fare un album probabilmente diverso da tutto quello che ho fatto fino a oggi. 

Rispetto all’album precedente, La vita nuova, che è un bellissimo disco pieno di speranza, trovo più malinconia in parecchi testi e in alcune canzoni anche una certa amara rassegnazione dei personaggi. Mi sbaglio ?

Ma i personaggi sono quelli che ho incontrato veramente nei bar, nel senso che per un periodo, quando stavo ristrutturando casa, per farci entrare anche gli LP, tra parentesi, e i libri, a un certo punto mi sono ritrovato a stazionare in questo micro-mondo che è un bar del centro storico di Roma e mi sono reso conto di come fosse teatrale. Un palcoscenico dove arrivavano personaggi che mai avrei pensato di trovare in un luogo del genere. Mi sono reso conto improvvisamente che il bar non è solamente un luogo dove andare a fare un break per bere un caffè veloce, ma dove c’è gente che va lì per rompere la solitudine, per superare delle difficoltà, incontrare amici, fare il primo incontro o l’ultimo con una persona perché è un luogo neutro, dove scrivere libri. C’è un mio amico attore che va lì a imparare i testi teatrali perché trova che sia il modo migliore per la concentrazione. Nei bar sono nate tante discussioni artistiche e letterarie, nei bar sono nate le rivoluzioni culturali e non solo. Diciamo che improvvisamente mi sono ritrovato di fronte a un teatro che tutti hanno a disposizione, ma che nessuno vede. Ho preso appunti e poi questi appunti sono rinati improvvisamente dopo aver finito tutte le altre composizioni che avevo da fare e quando ho deciso di fare il disco mi sono guardato i miei scritti e piano piano ho capito che sarebbe nato un bel disco. In realtà non ci sono personaggi solo negativi. “L’arco e la freccia” racconta del rapporto tra l’artista e il foglio bianco, che può essere sia una partitura musicale che una tela. Per uno scrittore proprio il foglio in se stesso ed è un qualcosa che ti viene in mente quando sei su un padellino con un cappuccino e un cornetto e cominci a pensare a cosa vorresti veramente scrivere, a cosa vorresti veramente fare artisticamente. “La comparsa” parla di un personaggio splendido, un attore che ha fatto veramente la comparsa a Cinecittà quando questo era un mestiere e che non ha mai voluto diventare un uomo di successo, anche se ne ha avuto l’occasione perché ha preferito rimanere se stesso, rimanere una persona con un grande equilibrio anziché essere sottomesso a un eventuale, forse immaginario, successo ma avere una vita piena di passioni e di amori. Poi ci sono canzoni che ovviamente sono più tristi, una come “Tazza di thè” che parla della migrazione. Il personaggio che vendeva le rose mi ha raccontato questa storia, questo suo amore per la sua terra che forse non incontrerà più e in cui non tornerà, però oggi è una persona che rispetto a prima si sente coinvolta in modo diverso dalla vita. Non sono tutte canzoni negative. Poi è ovvio che ci sono anche altri tipi di personaggi, quello di “Nel ‘66” è un chitarrista che ho incontrato a Londra che mi ha raccontato che lui faceva il chitarrista quando nel 1966 nascevano tutti i grandi gruppi come gli Who, i Pink Floyd, le grandi feste, gli eventi in cui musica, poesia e arte visiva venivano mischiati insieme. L’anno in cui il mondo cambiava insieme al cambiare dei giovani. Credo che sia un evento che non accadrà mai più probabilmente. Mi auguro di sì ma ho un leggero pessimismo su questo, però una persona anche lui felice. Mi diceva sì è vero oggi faccio il piano bar, intanto sono tutti accordi di sol e di do. Insomma non è così difficile, giustamente. Cioè i Soft Machine sono un po’ distanti. Mi raccontava che andavano sul palco con una motocicletta e al microfono facevano sentire i rumori della moto mentre suonavano, cioè delle cose incredibili, strumenti che oggi sarebbero impossibili però alla fine era felice anche se quei gioielli lì oggi li fa solo per lui.

Un album eclettico con ballate, canzoni pop-rock, svisate psichedeliche e uno sguardo alla sociologia. Come definiresti lo stile di questo lavoro ?

Diciamo che è una collezione di tutti i miei amori, dall’orchestra sinfonica che ovviamente è un amore tardivo, ma ho scritto molti musical sinfonici, sia in Italia che all’estero, e poi ci sono delle idee, ci sono i Beatles con i nastri alla rovescia, ci sono i King Crimson, non solo ne “L’arco e la freccia” ma nei suoni di chitarra anche questi mandati al contrario come potrebbe fare Fripp, la mia storia culturale. I testi sono reali ma poi diventano surreali. Come il muro della copertina in cui io sono uno stancil. Questo nuovo realismo pittorico che riesce a superare la durezza della quotidianità, a volte con ironia, a volte spalancando quel muro ad altre visioni. Un oggetto non è più solamente quell’oggetto, ma è qualcosa d’altro e allora la vita diventa qualcosa di diverso. Se uno non riesce ad avere questa immaginazione purtroppo, alla fine, si incaglia nelle rocce e nella durezza della nostra banalità quotidiana. 

Come è cambiato il mondo della musica dagli anni ottanta a oggi ? Più facile, più difficile ?
Più o meno opportunità per i giovani ? Cosa ne pensi dei talent show ?

Il problema è culturale. Sto scrivendo proprio adesso un post per facebook. La situazione è inquietante, nel senso che c’è un’ostilità dal punto di vista dei media veramente straordinaria. Sembra quasi un disegno scritto, non so da chi, da quale mano per non avere più una pluralità, una visione umanistica differenziata. Tutto omologato, tutto tristemente chiuso dietro questo scudo che viene chiamato gusto, ma che poi alla fine è semplicemente una scelta di interesse, non so quale, commerciale e probabilmente politico. Mi sembra strano che in Italia nelle radio non ci siano artisti che hanno successo anche con canzoni radiofoniche come Wilco, Beck, Ryan Adams, potrei fare una sequenza infinita di nomi, lasciamo stare Gianni Togni, mentre una volta tu potevi ascoltare Gianni Morandi come i Jefferson Airplane in radio. Potevi ascoltare e vedere in televisione passare uno spettacolo che aveva fatto al Brancaccio Jimi Hendrix e poi sentire parlare di Al Bano. Non ci trovo nulla di male nella pluralità, nella possibilità di accedere a una informazione molto ampia, molto vasta. Esistevano programmi radiofonici fatti apposta per lanciare nuovi orizzonti, giornali da cui potevi prendere tanti spunti letterari. Oggi nella musica è come se dicessero a uno scrittore di scrivere libri di quella determinata lunghezza e che devono parlare di quelle determinate cose e avere quei limiti. Mi sembra veramente una situazione incredibile. Non lo so, io i talent non li seguo ma sembrano, secondo me, tutti attori di una sceneggiata, naturalmente attori inconsapevoli. Tutti inconsapevoli attori di una sceneggiata in cui dietro si trova un cattivo commediografo . 

Che importanza hanno i testi oggi nelle tue produzioni ? Accessori alla musica o parte fondamentale ?

Tutto è fondamentale in un disco, però bisogna rendersi conto che un disco non è un libro di poesie. In un disco le parole devono suonare, quindi io tra significato e significante, faccio dei grandi sforzi ma cerco sempre di dare la parola al significante, poi se riesco a dire le cose ancora meglio però se non dovessi badare a questo, allora scriverei solo libri di poesie. La musica purtroppo, per fortuna anzi, ha bisogno assolutamente che tutto abbia un collegamento, suoni, emozioni, ma soprattutto il fatto che esiste un ascoltatore e quell’ascoltatore sta ascoltando musica e la musica è fatta anche di un canto e un canto vuol dire che l’uso di una parola con lo stesso significato, ma con un significante diverso,  invece di un’altra, può cambiare completamente la prospettiva.

In questo senso, senti la mancanza di Guido Morra come autore dei tuoi testi ?

No. Ormai scrivo in solitudine diciamo e questo in realtà in qualche modo mi agevola, ma non perché non mi piaccia la discussione, anzi, solo che abbiamo scelto strade diverse. Io ormai ho intrapreso un mondo in cui cerco di parlare essenzialmente di ciò che sento veramente. Non mi interessa il resto, non farei mai un disco oggi o uno spettacolo perché deve avere successo. Il successo arriva se riesci a esprimere quello che hai dentro di te veramente e che hai pensato a lungo e che hai in qualche modo elaborato anche durante i tuoi sogni. Sognare è qualcosa di personale e così come ho scoperto che scrivere canzoni lo è ancora di più.

Hai fatto dei dischi spettacolari come il primo disco, poi le mie strade, bollettino dei naviganti, in cui ci sono canzoni musicalmente raffinate spesso sconosciute al grande pubblico che si fermava ai singoli Luna, Semplice, Per noi innamorati senza approfondire l’intero album. Che ne pensi ?  Hai ottenuto meno di quanto ti meritavi ?

Meno o più non lo so, nel senso che non sta a me giudicare. Poi alla fine sono contento di ciò che ho fatto. Sicuramente io ho avuto poca attenzione, soprattutto perché ero molto giovane, alla comunicazione che ho sempre affidato alla mia casa discografica alla quale ovviamente interessava avere un idolo pop e voleva che così rimanesse. A un certo punto mi sono reso conto di questo e ho concretamente cambiato strada però se posso, come dire, trovare un problema a tutto questo si tratta di comunicazione, cioè non ho mai preso un ufficio stampa mio personale. Pensavo fosse inutile e in realtà invece quelli che lo hanno fatto hanno avuto, come dire, una valutazione del proprio lavoro un po’ diversa dalla mia. 

Tornando al nuovo album, sono nate prima le musiche oppure hai scritto prima i testi e poi hai adattato le musiche ai testi ?

Io parto sempre dalle musiche, ovviamente però ho già delle frasi nella mente con cui penso di realizzare il testo, poi qui sono stato avvantaggiato dal fatto che i miei appunti erano piuttosto chiari. Io scrivo, sembrerà strano, direttamente in inglese sulle musiche e poi cerco di mantenere la stessa metrica che canto in inglese quando faccio i demo che mi servono per scegliere qualsiasi cosa, dagli strumenti musicali da usare, agli arrangiamenti, alla lunghezza delle canzoni, al fatto di dare un suono al tutto e quindi ovviamente, partendo dall’inglese sono costretto a usare molte tronche. Credo di essere l’italiano che usa più tronche in assoluto nella storia di tutti i tempi, però questo mi permette di rimanere molto fedele al demo inglese che realizzo per la scelta. 

Per promuovere questo album farai anche delle tournee dal vivo ?

Non adesso, ma probabilmente in inverno e stiamo scegliendo di fare i club. Prima l’orientamento erano i teatri, adesso dopo che abbiamo suonato in acustico per l’uscita del doppio vinile nuovo a 180 grammi, ci stiamo orientando verso un po’ più lungo e forse faticoso tour nei club però dove hai la gente più vicina e quindi questo aiuta la comunicazione.

Verrai anche in zona milanese ?

Penso di sì. Su questo non ci sono dubbi. 

Pensi di arrivare anche ai giovani e ai giovanissimi con la tua musica o pensi che il tuo pubblico sia principalmente composto da quelli dei nati negli anni sessanta come me ?

La speranza è l’ultima a morire. Certo con una situazione culturale come è oggi in Italia non credo sia molto facile però io oggi mi ritengo e devo dire con grande anche felicità un artista di nicchia che ha la possibilità, fortuna mia, di poter fare dischi indipendenti e quindi di rivolgersi a chiunque. Questa è una delle difficoltà da una parte, ma non mi devo inginocchiare di fronte a nessun tipo di diktat. Ovviamente il mio pubblico è un pubblico che sceglie perché ama scegliere, che non si fa scegliere da imposizioni altrui e quindi logicamente scegliere è un po’ più difficile, nel senso che devi essere curioso e devi superare sicuramente delle barriere. Gianni Togni è quello di “Luna”, ma che lo sento a fare, ma che mi importa, ma chissà che fa, ma è vecchio e quindi non è proprio una cosa che può accadere tutti i giorni, però insomma sto vedendo che molti ragazzi di 20, 21, 22, 23 anni stanno piano piano avvicinandosi alla mia musica e questo mi fa piacere.

Quali sono i tuoi immediati progetti per il futuro ?  Oltre al tour magari un altro musical ?

Il mio progetto per il futuro è molto ambizioso. Sto finendo di scrivere un romanzo vero, che non è un’autobiografia, ma veramente un romanzo e quindi personaggi e tutto. Una parte di questo romanzo non potrà essere, come dire, letta sul libro, anche se non inficerà la comprensione del romanzo stesso, ma quella parte mancante sarà un cd che avrà lo stesso titolo del romanzo e poi tutte queste due cose insieme con l’aggiunta di altre musiche e di altri personaggi diventeranno un musical.

Proprio una cosa innovativa ?

Esatto. Ma io purtroppo faccio sogni. Cerco di impegnarmi e di realizzarli. Le cose scontate non mi interessano più. Le lascio fare agli altri. 

Grazie Gianni per questa lunga, esaustiva e interessante intervista. Noi di Tempi Duri ti ringraziamo tanto e ti auguriamo uno splendido futuro per il tuo nuovo album e per i tuoi progetti. Speriamo di vederti presto in tour dove potremo apprezzare in pieno dal vivo la magia di questo bellissimo lavoro.

 

Pierluigi Daglio

 

 

 

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